
Di Mohamad Shams Eddine, the Cradle.co
Durante una riunione di gabinetto convocata all’inizio di questa settimana, il 5 agosto, al Grand Serail (Palazzo del Governo), il governo libanese ha trascorso più di cinque ore a discutere una proposta americana controversa volta a disarmare quelle che definisce “armi illegali”: un riferimento velato a Hezbollah e alle fazioni della resistenza alleate.
Il documento, presentato dall’inviato statunitense Tom Barrack, è stato sottoposto alla discussione, suscitando una immediata e accesa reazione.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha aperto la sessione esortando i ministri ad accogliere quello che ha definito un “impegno positivo” nei confronti delle richieste internazionali, che secondo lui ripristinerebbe la fiducia straniera e sbloccherebbe il sostegno economico.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha poi presentato il documento americano, che respingeva categoricamente l’iniziativa nazionale del presidente del Parlamento libanese e leader del movimento Amal Nabih Berri, giudicandola “nient’altro che un mezzo per ridurre le distanze” e chiedendo invece un piano di disarmo fermo e con scadenze precise.
La proposta statunitense imponeva all’esercito libanese di iniziare il disarmo degli attori non statali entro la fine di agosto, completando l’operazione entro 90 giorni, con il sostegno logistico degli Stati Uniti, della Francia e di diversi Stati arabi.
Il Consiglio dei ministri libanese ha ripreso le sue sessioni oggi, giovedì 7 agosto, dedicando una parte significativa alla discussione della controversa questione del “controllo esclusivo delle armi”.
La mossa ha suscitato forti obiezioni da parte di Hezbollah e del suo alleato, il Movimento Amal, guidato dal presidente del Parlamento Nabih Berri. Da martedì si sono susseguite reazioni politiche e popolari alla decisione del governo di dare all’esercito libanese tempo fino alla fine del mese per presentare un meccanismo di raccolta e regolamentazione di tutte le armi sul territorio libanese, con attuazione prevista entro la fine dell’anno.
“Non possiamo parlare delle armi della resistenza”
Durante la sessione odierna, il ministro del Lavoro libanese Mohammad Haidar, riferendosi alla proposta dell’inviato statunitense Tom Barrack, ha dichiarato: “Sono una di quelle persone: come posso guardare in faccia la madre di un martire o un giovane che vive nell’angoscia esistenziale e dirgli che deve rinunciare all’unica garanzia che lo protegge?”. Haidar ha sottolineato che qualsiasi discussione sulle armi della resistenza è prematura senza il ritiro di Israele, il ritorno dei prigionieri, la fine degli attacchi ed un serio processo di ricostruzione. Ha rifiutato di assumersi la responsabilità di qualsiasi decisione che lascerebbe il popolo con un senso di abbandono o di ingiustizia.
Esercito in stato di massima allerta
In previsione di disordini o mobilitazioni popolari, in particolare tra i sostenitori di Hezbollah e Amal e i residenti di Beirut est, l’esercito libanese si è schierato nei punti nevralgici per prevenire qualsiasi escalation.
Contemporaneamente, l’esercito israeliano ha annunciato di aver colpito siti di Hezbollah nel sud del Libano, prendendo di mira depositi di armi e postazioni di lancio di razzi.
Israele continua a esercitare pressioni su Hezbollah affinché deponga le armi, mentre il governo libanese ha incaricato l’esercito di elaborare una tabella di marcia per raggiungere questo obiettivo.
La proposta degli Stati Uniti ed i suoi controversi emendamenti
Fonti vicine al presidente Nabih Berri hanno riferito al quotidiano Asharq al-Awsat che il governo libanese ha ricevuto una terza versione emendata della proposta statunitense redatta dall’inviato Tom Barrack.
Secondo quanto riferito, essa si concentra su tre questioni centrali:
la situazione della sicurezza con Israele, il confine libanese-siriano e un calendario per il disarmo.
Berri ha espresso sgomento per quello che ha definito un drastico cambiamento nel linguaggio della proposta. “Il problema sta nella differenza tra la seconda e la terza versione… è andata di male in peggio”. Secondo alcune fonti, i ministri sciiti hanno partecipato alla seconda sessione del Consiglio dei ministri proprio “per mettere in guardia dai pericoli del documento”, che a loro avviso minaccia gli interessi economici e sovrani del Libano.
Hezbollah: “Non disarmeremo né accetteremo diktat stranieri”
Con una dura reprimenda, il blocco parlamentare di Hezbollah – il “Blocco della lealtà alla resistenza” – ha rilasciato una dichiarazione molto dura dopo la sua riunione settimanale. Il gruppo ha dichiarato che il Libano sta attraversando “una delle sue fasi più pericolose” a causa dell’offensiva statunitense-israeliana e ha accusato il governo di soccombere ai “diktat stranieri” minando l’unica forza deterrente disponibile contro l’aggressione.
Il blocco ha avvertito che l’appoggio di Salam alla proposta di Barrack equivale a un tradimento della dichiarazione politica del governo e del giuramento presidenziale.
“Qualsiasi debole tentativo di manomettere le armi della resistenza equivale a un regalo gratuito al nemico israeliano”, si legge nella dichiarazione, che esorta il governo a riconsiderare la sua posizione e a formulare invece una strategia di sicurezza nazionale globale prima di riaprire il dossier sulle armi.
Un doppio messaggio da Berri – e una smentita
Un articolo pubblicato dal quotidiano libanese Al-Modon ha scatenato polemiche quando ha citato fonti vicine a Berri che invitavano al “realismo” e mettevano in guardia dallo spingere troppo per far rispettare la decisione del governo. L’ufficio del presidente del Parlamento ha rapidamente smentito le dichiarazioni, definendole “invenzioni” e insistendo sul fatto che le posizioni di Berri non vengono comunicate tramite fonti anonime o “visitatori”.
Tuttavia, gli osservatori politici hanno interpretato la smentita come un “messaggio morbido”, che segnala la disponibilità di Berri a esplorare compromessi dietro le quinte, nonostante la sua opposizione pubblica all’approccio attuale.
Fonti di Hezbollah avvertono di un’escalation
Parlando con The Cradle, fonti di Hezbollah hanno affermato che la decisione del governo “è impossibile da attuare”, aggiungendo che il gruppo è “pronto a qualsiasi scontro, anche a morte”.
Le nostre fonti hanno avvertito che il partito dispone di informazioni secondo cui attori stranieri stanno fornendo armi alle fazioni libanesi rivali in un momento in cui a Hezbollah viene chiesto di disarmarsi, una “contraddizione profondamente sospetta”, hanno affermato.
Il panorama politico e della sicurezza in Libano si trova ora a un bivio critico. Dall’escalation della sicurezza alle divisioni politiche, la sfiducia è profonda tra le parti interessate. Le pressioni esterne continuano a crescere e la sessione odierna del Consiglio dei ministri potrebbe segnare una svolta decisiva, verso una calma fragile e condizionata o verso una più ampia implosione politica che potrebbe riversarsi nelle strade.
Sovranità contro sottomissione: il governo si divide
Durante la sessione di martedì, il ministro libanese della Salute pubblica, Rakan Nassereddine, ha guidato l’opposizione al diktat americano, definendolo una palese violazione della sovranità del Libano. Ha difeso la proposta di Berri come un percorso realistico radicato nel consenso interno e ha messo in guardia dal mettere l’esercito in una posizione impossibile.
“Dovremmo affidare all’esercito il compito di disarmare quando non gli stiamo nemmeno fornendo un piano di armamento completo?”, ha chiesto.
Dall’altra parte, il ministro della Giustizia Adel Nassar ha sostenuto che era ora di porre fine alla “logica dell’eccezione” e ha avvertito che la tolleranza continua delle armi al di fuori del quadro statale avrebbe portato il Libano al totale isolamento. Il ministro Hanin Sayyed ha fatto eco a questo sentimento, affermando che ulteriori ritardi intrappolerebbero il Libano in un “circolo vizioso di crisi”.
Nel tentativo di colmare il divario, il ministro dell’Ambiente Tamara el-Zein ha proposto un dialogo nazionale graduale che produca una strategia di difesa globale, inclusiva di tutte le parti e volta a salvaguardare la sicurezza nazionale.
La dichiarazione finale aumenta le tensioni, i ministri abbandonano la sala
Nonostante i tentativi di compromesso, la sessione si è conclusa con la lettura da parte del primo ministro Salam di una dichiarazione che incarica l’esercito libanese di elaborare un piano di disarmo da presentare al Consiglio dei ministri entro la fine di agosto e da attuare entro la fine dell’anno.
La mossa ha provocato un’immediata reazione. Il ministro dello Sviluppo amministrativo Fadi Makki ha contestato la tempistica, giudicandola prematura e sottolineando che il piano era stato ratificato senza chiarezza sulla reale capacità dell’esercito.
Chiarendo la sua posizione, il ministro Mekki ha successivamente approfondito la questione su X, scrivendo:
“La mia posizione deriva dalla ferma convinzione che queste discussioni debbano essere condotte con calma e responsabilità, in modo da salvaguardare gli interessi di tutti i libanesi, proteggere le loro legittime preoccupazioni e essere coerenti con la dichiarazione ministeriale a cui ci siamo impegnati, riguardante l’estensione dell’autorità dello Stato su tutti i suoi territori e la restrizione del possesso di armi alle sue forze legittime, in cambio della cessazione delle ostilità israeliane, del ritiro completo dai territori occupati e del ritorno dei prigionieri.“
Sia Nassereddine che Zein hanno abbandonato la riunione in segno di protesta, denunciando la decisione come un ”agguato al consenso nazionale“ ed un ”implicito accoglimento dell’agenda americana“.
Hezbollah risponde: Si tratta di un progetto straniero
In risposta, Hezbollah ha rilasciato una dichiarazione, condannando il primo ministro Salam per aver commesso ”un grave peccato adottando una decisione che priva il Libano delle armi di resistenza contro il nemico israeliano.
Ciò indebolisce la forza e la posizione del Libano di fronte alla continua aggressione americano-israeliana e concede a Israele ciò che non è riuscito a ottenere durante il suo assalto al Libano“.
Circoli vicini a Hezbollah informano The Cradle che il movimento ritiene che Salam abbia agito come un ”portavoce straniero” e che il suo discorso non abbia tenuto conto degli equilibri interni né delle specificità della situazione attuale. Questi ambienti descrivono la decisione di destituire l’esercito senza un consenso nazionale come “una minaccia al mandato e un pericolo per l’istituzione stessa dell’esercito”.
Le fonti aggiungono che il partito avrebbe preferito che la dichiarazione finale includesse un riferimento ad una una strategia di difesa nazionale che preservasse la resistenza e regolasse il suo rapporto con lo Stato, piuttosto che procedere verso uno “smantellamento delirante dell’arsenale”.
Carta nazionale o rottura interna: Hezbollah traccia la sua linea rossa
Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha reso inequivocabile la posizione del partito quando ha affermato che “la questione delle armi è una questione costituzionale che può essere decisa solo con il consenso nazionale, proprio come nel caso della modifica della Costituzione”. Gli ambienti del partito hanno interpretato questa posizione come un messaggio diretto al governo e all’esercito: “qualsiasi passo unilaterale provocherà un’esplosione interna”.
“Proprio come il settore in questione non può essere modificato senza consenso, le armi non possono essere toccate senza un consenso nazionale globale. Qualsiasi decisione presa con il voto è nulla e priva di valore ai sensi della costituzione e non vincola il partito a nulla”, affermano fonti del partito a The Cradle.
Aoun procede con cautela mentre l’esercito affronta tensioni interne
Fonti vicine al Palazzo di Baabda rivelano a The Cradle che il presidente Aoun sta gestendo la questione con deliberata cautela, consultandosi strettamente con il presidente Berri per assicurarsi una copertura politica. Esse sostengono che porre l’esercito alla guida di una strategia di difesa non significa metterlo in diretto confronto con la resistenza, ma piuttosto dargli il potere di articolare una visione della sicurezza compatibile con la stabilità interna.
Secondo fonti informate, Hezbollah ha comunicato ad Aoun una posizione specifica quando lo sceicco Qassem ha indicato che “la decisione sulla guerra e sulla pace è nelle mani dello Stato”. Si tratta di una concessione rara che, se sfruttata con saggezza, potrebbe consolidare un consenso nazionale.
Ma le stesse fonti hanno avvertito che strumentalizzare questa posizione per fare pressione sulla resistenza potrebbe frammentare l’esercito: “Qualsiasi tentativo di utilizzare questa posizione come strumento di pressione potrebbe portare a una spaccatura all’interno dell’esercito stesso, soprattutto perché un terzo di esso proviene dalla comunità della resistenza”.
Questione interna, non estera
Fonti di Hezbollah affermano che «la questione è libanese per eccellenza e deve rimanere tale. Le potenze straniere non possiedono una soluzione magica, cercano solo i propri interessi. Quanto a coloro che scommettono su un ruolo americano o francese per risolvere la questione delle armi, sono illusi e non comprendono le dinamiche degli equilibri interni».
Le fonti sottolineano che la minaccia di internazionalizzare la questione o di trasformarla in un conflitto tra l’esercito e la resistenza “non passerà” e descrivono coloro che adottano questo approccio come “ingenui o coinvolti in un progetto per rovesciare lo Stato”.
“Abbiamo un arsenale in grado di resistere a una guerra di tre anni, secondo le stime dei nostri nemici. Ma non vogliamo la guerra, vogliamo un partenariato nazionale.
Rifiutiamo di lasciare che l’esercito diventi un avversario o uno strumento. Il dialogo è l’unica via, e c’è ancora tempo per correggere gli errori
Il momento della resa dei conti in Libano
Lo Stato è profondamente frammentato: un governo guidato da agende esterne, una presidenza che manovra tra poli rivali, un primo ministro che fa eco alle richieste straniere e un movimento di resistenza che traccia una linea netta intorno alla sovranità e alla dottrina di sicurezza del Paese.
Il confronto non riguarda più solo le armi. Si tratta di chi definisce lo Stato libanese, chi lo protegge e chi serve in ultima analisi.
Qualsiasi tentativo di imporre una soluzione unilaterale alla questione delle armi non solo violerebbe il tessuto costituzionale, ma rischierebbe di innescare un’implosione dalla quale nessuna istituzione ne uscirebbe indenne.
Di Mohamad Shams Eddine, the Cradle.co
07.08.2025
Mohamad Shams Eddine è uno scrittore ed analista politico libanese che lavora per la carta stampata, per la televisione e per la radio dal 2017. Partecipa a diversi programmi politici ed è attivamente sui social media.
Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org