
Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte org
Chi sono? È la domanda che, dichiarata o sottotraccia, porta con sé quasi ogni paziente entri nel mio studio di psicoterapia. Rispetto a trent’anni fa, la ricerca esistenziale e i suoi obiettivi sono cambiati. Allora dominavano il conflitto fra bene e male, il “debito con il piacere”, la tensione fra grandi aspirazioni e inevitabili meschinità. Era il tempo dell’etica.
La crisi del soggetto contemporaneo è il prodotto della temperie storico-culturale, segnata in ultimo dal cybercapitalismo, che affida i suoi figli alla pseudogenitorialità perenne della rete, e da ritmi di vita che erodono il tempo per la genitorialità vera e propria. Sono ritmi che non possono garantire ai nuovi nati il sostegno minimo necessario ad affrontare la vita. Il vero “dono d’identità” al nuovo nato, che gli fa comprendere “chi” egli sia da subito e che gli dà un “metodo” per farlo nel futuro, lo farebbe la madre dei primi anni di vita. In una cultura di poco antecedente alla nostra, ella era infatti attenta a descrivere e a “mettere in vita”, in parole e sguardi, le caratteristiche e il desiderio del figlio. Un ruolo, quello dello sguardo materno, paragonabile a quello del “soffio” divino sulla creta che animò l’uomo della Genesi. Per divenire pianamente vivo, pienamente umano, il bambino dovrebbe ricevere il “soffio” della madre, il suo sguardo rispecchiante.
Ovviamente, a plasmarci non è soltanto l’aspetto “performativo” dell’esistenza, che oggi è contraddistinto da un modo di vivere che sottrae ai bambini l’attenzione delle loro madri e dei loro padri, ma i valori. E sui valori che l’uomo contemporaneo deve perseguire per dichiararsi “umano” manca un po’ di chiarezza.
Non è casuale la recente pubblicazione di diversi saggi dalle discipline più disparate, dalla critica letteraria alle neuroscienze, intitolati “Essere umani”, “Umani” e così via. Sembra essenziale fare il punto su di noi, anche perché il confronto con l’Intelligenza Artificiale rende urgente il discrimine tra “noi” e “lei”. Ma la confusione regna sovrana tra gli scienziati, e in questo vedo una certa comicità.
Un’asserzione si può fare senza tema di smentita: l’uomo è l’unica creatura ad aver dato vita a sistemi di credenze, cosmogonie, leggi consensuali che orientano la sua vita soltanto se condivise dalla comunità cui appartiene.
Il nostro proprium è la cultura. “L’uomo non vive in un mondo di fatti immediati, ma in un universo simbolico. E questa è la sua vera sostanza spirituale”, asserì Ernst Cassirer. “Linguaggio, mito, arte, religione sono parti di questo universo, i vari fili che tessono la trama della vita umana. L’uomo è, in senso proprio, animal symbolicum.“
Tuttavia, mentre l’area simbolica del sapere condiviso ci ha consentito la conquista del mondo, essa può sempre essere la nostra rovina.
Non dimenticherò mai un documentario su un gruppo di macachi giapponesi. Si può pensare che anche la loro vita sia normata da accordi consensuali, dunque da una “protocultura”. Di fronte a una grave carestia, femmine che avevano ancora il latte lo offrirono a femmine di più alto rango, rimaste senza, di allattare i loro piccoli. La differenza di rango impose alle aristocratiche di rifiutare l’offerta, e fu così che … l’intero gruppo si estinse.
La cultura ci salva, ma può anche affossarci. Di ideologia si vive, ma si può anche morire.
Come ci rappresenta la cultura contemporanea?
“Come l’uomo rappresenta sé stesso” in ogni epoca è il più efficace dispositivo, la più efficace profezia che si autodetermini sul suo conto. Gli scritti di Yuval Noah Harari, aedo del mainstream tra i più rispettati, su cosa sia per lui l’uomo oggi sono profetici.
Per Harari l’identità non ha fondamento, ciascuno di noi non è che un fascio di algoritmi. In questa prospettiva, l’Io non ha più diritto di cittadinanza: se per Freud esso esisteva, se per la psicoanalisi attuale permane la concezione di un “regista interno” pur nella pluralità e molteplicità delle istanze che abitano il soggetto, per Harari quest’ultimo si dissolve. Un determinismo della dissoluzione del Sé che non lascia scampo.
La seconda tesi di Harari che qui ci importa ricordare è: felicità e sofferenza non sono che diversi equilibri di sensazioni corporee. Se stai male non è per via delle condizioni della tua vita, ma della biochimica cerebrale. La risposta adeguata sarà dunque il farmaco: se possiamo essere resi “felici” chimicamente, perché lottare per trasformare la realtà?
Terza tesi del nostro: le emozioni non sono fenomeni spirituali misteriosi, ma algoritmi biochimici condivisi con gli altri mammiferi.
All’umiliazione di essere ridotto a un fascio di ingranaggi biochimici che lo priva di ogni possibilità di autodeterminazione, l’uomo non può che reagire mediante un meccanismo di difesa noto agli psicologi, una contro-fantasia di onnipotenza che produce la concreta fantasia che “la morte sia solo un problema tecnico da risolvere”. In America mascono aziende la cui mission aziendale è “sconfiggere la marte”, ma una visione come questa non è scevra da conseguenze. In “Homo Deus” Harari stesso lo afferma in maniera incontrovertibile:
“Quando le persone penseranno (con o senza fondamento) di avere una concreta possibilità di sfuggire alla morte, il desiderio di vivere si rifiuterà di continuare a tirare il traballante carro dell’arte, dell’ideologia e della religione; e lo spazzerà via come una valanga”.
Come avete avuto modo di comprendere, la narrazione del nostro consolida un’ideologia che, basandosi su costrutti estrapolati dalle “scienze dure” e reificati, priva l’uomo perfino del ricordo del libero arbitrio.
A questo si somma l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale come nuovo generatore simbolico: un dispositivo senza coscienza che si candida a sostituirci nella produzione di arte, pensiero, scienza, buon senso comune, presto nuovi miti, riti, religioni. I valori e i criteri morali rischiano di essere delegati a qualcosa di non vivo.
Chi può salvarci da questa deriva? Non la scienza, se viene assolutizzata. Le posizioni di Harar non sono che l’epifenomeno di un sottofondo scientifico strumentalizzato ad arte che spesso tende al riduzionismo, alla causalità lineare semplice, al meccanicismo. Cioè, al profondo immiserimento e a un vero e proprio tradimento non solo della natura dell’uomo, ma anche della sua stessa essenza vitale.
Purtroppo siamo noi a chiedere soltanto alla scienza “chi siamo”: ma siamo certi che il sistema di metafore da essa elaborabile attraverso i suoi strumenti la renda atta a darci attendibile o esaustiva risposta? Perché, poi, pretendere una risposta esaustiva? Forse perché oggi dobbiamo tutti “funzionare” subito? Tanto che il termine “funzionamento” è orribilmente mutuato persino da molte psicologie?
Finanche in psichiatria e in psicologia domina un modello mutuato dalla medicina organica: l’uomo viene scomposto in funzioni, sintomi, protocolli, trattato con un patchwork di technicalities.
Intanto, i giganti commerciali del web psicoterapeutico trasformano diagnosi complesse in etichette da social, “poiché per ben comunicare occorre semplificare”, diffondendo uno “psicologismo” d’accatto che nuoce alla relazione umana e all’autodefinizione di sé di ognuno di noi.
Il problema non è la ricerca empirica, ma la sua pretesa di essere l’unico discorso legittimo sull’uomo.
Nessuno sembra più ricordare che ogni disciplina scientifica produce mappe parziali: scambiarle per il territorio è un marchiano errore epistemologico.
Di converso, chi scrive continua ostinatamente a credere che filosofia, arte, letteratura, storia abbiano prodotto nei secoli profonde saggezze sull’umano che nessuna PET cerebrale potrà mai esaurire né sostituire.
Le grandi tradizioni “custodiscono una visione complessa dell’essere umano, come creatura relazionale, vulnerabile, desiderante. In un’epoca che tende a quantificare tutto, ricordano che ciò che conta davvero sfugge al calcolo”, afferma il teologo Antonio Spadaro. E a me viene in mente quanto complessa e multidimensionale sia l’immagine dell’uomo tratta da esse rispetto a quella che offrono le neuroscienze, senza nulla voler togliere a quest’ultime -a patto che rimangano nel loro ristretto alveo-.
In questa linea di resistenza, a difesa della nostra irriducibile complessità si collocano approcci terapeutici come la fenomenologia, la psicoanalisi, altre correnti come le psicoterapie umanistiche, che non riducono l’uomo a un fascio di funzioni da far “funzionare”, ma lo trattano come “persona da incontrare”.
Una visione più ampia di noi stessi potrà forse nascere da un dialogo libero fra ambiti diversi del sapere, senza supremazie. Nella sua pratica clinica, per esempio, ciascun professionista della salute mentale può valersi di sistemi di metafore diversi tratti da ambiti disciplinari disparati, per ampliare il suo strumentario d’intervento; fermo restando che lo psicoanalista Wilfred Bion ci ricorda che, per incontrare davvero il nuovo del paziente che abbiamo dinnanzi, dovremmo essere terapeuti “senza memoria e senza desiderio”. Le teorie servono, ma ancora più utile è sapersene a tratti dimenticare… per aprirsi al mistero, cioè a ciò che è ancora da concettualizzare.
Al di là delle illusioni di alcuni scienziati e di molti tecnici, che credono d’aver individuato paradigmi innovativi, olistici, unificanti a lettura dei moventi ultimi dell’agire umano, mi piace l’umiltà di chi afferma che un vero, nuovo paradigma unificante è al di là da venire.
Anche perché, forse, l’avvento di tale paradigma è un’illusione utile soltanto ad illuminare la nostra attuale ignoranza.
Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte org
29.11.2025