L’esegesi biblica di papà castoro (o come il conflitto generazionale si alimenta)

Di Giovanni Amicarella

“Ehhh questi giovani” è un’esclamazione sempreverde e attuale in diversi ambiti, specialmente profili Facebook, delle scorse generazioni (talvolta anche della stessa, un invecchiamento precoce dovuto ad altrettanto precoci delusioni della vita?). Non va mai basicamente bene niente di quello che i giovani, specie politicamente, fanno o si trova sempre la maniera per bistrattare tale prassi, tale persona o tale organizzazione perché viene vista ancora con ciuccio e pannolino.

Tocca però fare il punto su certi concetti, innanzitutto, se siamo ancora in questa situazione di melma, cerco di fare il raffinato, è perché la generazione precedente ha fallito.

Detto senza animosità, ho apprezzato personalmente l’impegno di tanti che hanno provato a cambiare le cose, ma non ci sono riusciti. Vuoi i metodi di lotta, vuoi che i poteri dall’altra parte erano fin troppo forti, vuoi la scarsa capacità di tramutare il movimentismo in prassi, siamo ancora qui. Ancora qui, ma peggio. Perciò, che senso ha pensare di potere fare gli “allenatori” della prossima generazione se la forma mentis è ancora quella che ha portato alla disfatta? La renitenza di molti ad accettare idee nuove, che non è un fenomeno solo generazionale badate bene, è perfettamente normale quanto insensato, poiché la situazione attuale non lascia spazio a molti dubbi su qualche siano le priorità di azione e i margini in cui si possa effettivamente influire senza fare gli strilloni.

Per quanto di esempi sul tema, soprattutto in ambito di temi nazionali, ve ne siano a bizzeffe (ma toccherebbe entrare in tafferugli politici noiosissimi e della rilevanza di un rutto dopo una birra), l’esempio secondo me più lampante è sulla questione palestinese. Diciamocelo, naturale fare la riflessione sul quanto sarebbe bello vedere la stessa quantità di persone per i temi nazionali (sanità, lavoro, istruzione), altrettanto naturale chiedersi perché nessuno di quelli che se ne lamenta lanci l’idea e convochi la piazza.

Ciliegina sulla torta, l’ “assalto” a La Stampa. Condanna bipartisan istituzionale, prese di distanza da mezzo mondo anche di gente mai sentita prima, “li giovini fuori controllo”. Ed era anche prevedibile la reazione generalizzata (penso largamente voluta anche dagli attuatori), perché si sa che gran parte dei grandi rivoluzionari (qualcuno direbbe “di professione”) non ha grande simpatia per l’azione e si ferma a quella descritta mezzo cartaceo. La parte peggiore sono stati alcuni personaggi che non sono né pro né contro, o almeno si dicono contro senza celare una certa simpatia, che hanno deciso di sfoderare l’arma finale: “siediti sulle ginocchia di papà castoro che ti spiego la vita”. Dei siluri interminabili di dichiarazioni senza un contenuto tangibile sul fatto che “sì va bene ma io avrei fatto diversamente” da gente verso gli -anta completamente a caso.

Per quanto in passato abbia criticato l’atteggiamento eccessivamente giovanilistico, che si riscontra più in ambiente di collettivi studenteschi autorganizzati (di qualsiasi ideologia) che altro, che rigettano una dimensione strutturata della lotta e la spoliticizzano, allo stesso modo resto disarmato puntualmente, e non solo per esperienza politica personale, della quantità di gente che non si è resa conto di aver esaurito la sua agibilità politica. Cristallizzati in un tempo che fu, con lo stesso vocabolario e quell’atteggiamento da un paio di superstiti di organizzazioni fantasma, che ai tempi magari erano di tutto rispetto, di metterti una mano sulla spalla e spiegarti che il futuro della propaganda politica è il volantino mandato via fax.

Quelli con esperienza, soprattutto quelli hanno avuto decenni di politica alle spalle, avrebbero un importante ruolo da assolvere nella nuova fase storica: fare la quadra di quello che non ha funzionato, fare evitare alle successive generazioni politiche le stesse prassi. Cosa che sembra di lieve importanza, eppure è un continuo ricascare nelle prassi anni ’70 per molti che si avvicinano alla questione politica, con gli stessi disastrosi effetti (solitamente la creazione di ottocento gruppi spontanei per causa, che decadono nell’esatto momento in cui finisce la causa, vedasi il movimento contro il green pass).

C’è una sostanziale differenza fra atteggiamento paternalistico e relazionarsi alla pari, uno sforzo che dovrebbe essere fatto da ambo le generazioni (pena creare l’ennesimo scontro a tavolino che piace ai potenti) nel comprenderlo: relazionarsi alla pari significa accettare di aver compiuto un ruolo di lotta, che inevitabilmente adesso non si può più assolvere allo stesso modo, e di aver maturato un’esperienza trasmissibile. Allo stesso modo, sfruttare questa relazione per capire cosa è andato storto, aggiungendo sul piatto della bilancia, fino al trarne fuori una quadra sul da farsi. Dall’altro lato, si ha un’esposizione di cosa non è andato e la possibilità di non ricommettere gli stessi errori strategici. Una sinergia che potrebbe evitare diversi scontri inutili, che fanno oggettivamente solo il gioco di chi vuole che nulla cambi.

Di Giovanni Amicarella

02.12.2025

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