
Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org
È il vento che soffia dove vuole a porsi all’origine della ricerca spirituale, della conoscenza, dell’esperienza mistica e di una nuova testimonianza; della traduzione ed esportazione di tradizioni religiose o correnti spirituali che vengono da lontano.
Sono molte le vere scuole nate dal coraggio del viaggio, dall’arrischiarsi del non sapiente, dello strano, del disagiato, del genio, del predestinato; e molti sono anche i ricercatori senza dottrina e senza scuola. Da questo vento – di cui non sappiamo da dove venga né dove vada – sorgono pratiche e vie che si formano nel confronto del viaggio, un percorso in cui si lascia tutto per il Tutto, per poi ritrovare una via nella rielaborazione del ritorno a casa.
Alcuni esempi fondamentali: Gesù, per lo meno da infante in Egitto e poi, pare, in visita ai re Magi in India, e, come qualcuno afferma, fra gli Esseni; Gurdjeff tra i sufi; i costruttori di cattedrali in giro per il mondo; Steiner tra i teosofi tedeschi; Dogen in Cina; Madame Blavatsky in India e in Tibet; Michael Harner tra gli sciamani dell’Amazzonia peruviana; José Argüelles fra i Maya in Messico.
Il viaggio segue l’impulso sacro ad andare verso l’ignoto, ma in vista di una luce, senza la paura di perdere la propria anima su una via sconosciuta.
Allo stesso modo, dalla metà del Novecento, sono state compiute alcune scoperte archeologiche e antropologiche fondamentali, come i rotoli del Mar Morto nel deserto della Giudea; o i siti archeologici di Çatal Höyük, che ci offrono la testimonianza di una società antecedente alla nostra società patriarcale, dove, secondo gli studi di Riane Eisler riversati nel libro Il calice e la spada, non esistevano né armi, né guerre, né dicotomie tra maschile e femminile; o i siti megalitici; o le rovine di un’antica civiltà Maya, nella piccola Tikal o nella grande Teotihuacan (la città piramide, “Il Luogo Dove gli Dei Toccano la Terra”¹). Tutte scoperte che diventano fonte di propulsione per un nuovo interesse nel mondo intero. Un nuovo interesse per la spiritualità ad ampio spettro, in apertura verso conoscenze canalizzate da lontano, era sorto già molto prima.
Nel 1857, in pieno Romanticismo, Allan Kardec pubblicò un compendio delle sue canalizzazioni, Il libro degli spiriti. Successivamente, a partire dai primi del Novecento, la scienza nuova di Steiner e il salto nel vuoto della fede della Blavatsky, che ebbero in comune lo sdoganamento dei misteri esoterici e il loro continuo autorigenerarsi, combaciarono per confluire nell’imbuto o nel frullatore di quella minuscola epoca che fu il ’68.
A partire dal ’68, gli anni delle emancipazioni, si sono moltiplicate le spinte e le energie per una rivoluzione spirituale dell’umanità, che hanno raccolto i contributi portati fino ad allora dalla ricerca per un’evoluzione spirituale e collettiva.
Nel complesso, questa ricerca ha compiuto un salto in molti modi e forme diverse: partendo da una trascendenza mediata dalle istituzioni religiose per giungere a una “trascendenza immanente“, ovvero «una rielaborazione della nostra parziale natura animale in linea con l’ordine simbolico della società che è poi capace di assumere una logica e una vita sua propria»².
L’aspirazione religiosa ha fatto un salto verso quello che è stato definito un neopaganesimo, il recupero degli dèi e degli antenati; o un salto verso questa felice New Age che inaugurava l’era dell’Acquario; o più che un salto, un tuffo, nel “sentimento oceanico” di Romain Rolland; o nel dialogo con i delfini³; o nella sincronicità degli I Ching e negli archetipi dell’inconscio collettivo di Jung; o nel suono dei mantra; o nel richiamo antico dei tarocchi o nelle radici antiche dei Veda; o intorno al fuoco degli sciamani, o nella poesia zen.
Il risveglio culturale che ha accompagnato gli anni ’60, tra disincanto e reincanto, ha offerto un’apertura anche alle frontiere della spiritualità, che conduce ben oltre la tradizione del luogo di nascita. Pensiamo al viaggio in India dei Beatles e di tutto il loro entourage di affetti e amori; quel viaggio, da cui si dice sia nato il White Album, ha dato il via anche alla partenza di stuoli di giovani che puntavano all’India come un tempo si puntava a Roma quale meta di un gran tour.
Una nuova moda? Se torniamo indietro, vediamo nei prodromi del rinnovamento i primi germi della cosiddetta degenerescenza.
Nel frattempo, Paramahansa Yogananda partiva con la missione di trasmettere il Kriya Yoga in Occidente, e, nello stesso Occidente, nel 1920, venivano fuori antiche o nuove vie che trasbordavano da un ambito esoterico e che si conducevano autonomamente, senza legami diretti con la Tradizione, fino a un dilagare o straripare nell’exoterico. Tanto che Guénon nel suo libro Considerazioni sulla via iniziatica si sentì in dovere o in urgenza di avvisare, di biasimare le contraffazioni e le parodie di un vero cammino iniziatico: «gruppi, di origine recentissima, che si intitolano “rosicruciani” senza aver avuto mai il minimo contatto con i Rosa Croce»⁴. Già a quel tempo ci si autoproclamava eletti e iniziati. E Guénon in questo vedeva una «contraffazione e anzi troppo spesso una parodia o una caricatura dell’iniziazione»⁵.
Ciò che veniva meno, a suo parere e obiettivamente, era la qualificazione della natura dell’individuo⁶, che ora non doveva chiedere di essere ammesso fra i pochi in base alla valutazione, da parte di un Maestro, delle sue predisposizioni naturali (e non in base alla sua erudizione o alla sua volontà sincera di appartenere). Ci si autoproclamava iniziati.
Intanto, nell’Occidente del tempo lineare sorgevano nuove ispirazioni basate sulla ciclicità e sul tempo ciclico dell’Oriente, ma non solo. La stessa tradizione occidentale portava alla luce la sua storia più esoterica, la gnosi, in nuove scuole come quella della Blavatsky, o quella di Steiner.
Tutto questo è stato un gran bene. Aria nuova, aria fresca, vento su una terra rigogliosa. Tuttavia, cominciava a sorgere, in nuce, il rischio di una massificazione del discorso spirituale. «Il “sincretismo“, inteso nel suo vero significato, non è altro che una semplice giustapposizione di elementi di provenienza diversa, per così dire riuniti “dall’esteriore”, senza che alcun principio di ordine più profondo venga ad unificarli»⁷. Di più, i nuovi maestri non trovarono discepoli abbastanza liberi dall’ego per continuare a tendere verso l’Unità del Tutto. O al contrario i discepoli si disincantavano nei riguardi del maestro.
Nessuna sintesi è possibile quando non vi è radicalità della scelta nella sua profondità, avverte Guénon. Oggi ancora si sente l’urgenza di riaffermare che non basta aver letto un libro, o partecipato a un evento, un corso o un seminario, per dirsi risvegliati. Oggi è largo e diffuso il rischio di fare un’accozzaglia di spunti e rimanere sulla loro superficie, usandoli anche a sproposito. Cosa che, ribadiva Guénon, «non è affatto una sintesi, ma in un certo senso ne è propriamente il contrario. Infatti, per definizione, la sintesi parte dai principi, vale a dire da ciò che vi è di più interiore; essa va, si potrebbe dire, dal centro alla circonferenza»⁸. Ed è una coincidenza o non è un caso, ma anche nella spiegazione del perché di questa superficie assurda mi trovo concorde: «La spiegazione di un tale atteggiamento è in fondo molto semplice: poiché si attengono al punto di vista più strettamente profano e più esteriore che si possa concepire, essi non hanno alcuna coscienza di ciò che è di un altro ordine, e, non volendo o non potendo ammettere che certe cose sfuggano, cercano naturalmente di ricondurre tutto ai procedimenti alla portata della loro comprensione»⁹.
La caduta delle Istituzioni religiose o spirituali, la loro “degenerescenza”, è un fenomeno che per quanto Guénon potesse avvisare, non poteva arrestare. Non solo quelle esoteriche, ma anche religiose. «Nella tradizione indù» rammenta, «se il mantra non è appreso dalla bocca di un guru autorizzato, è senza alcun effetto, poiché non è “vivificato” dalla presenza dell’influenza spirituale di cui è unicamente destinato ad essere il veicolo»¹⁰.
Un guru autorizzato. Bei tempi. Oggi non se ne vede l’ombra. Nel tempo d’oggi, passata anche la sbornia sessantottina, è accaduto qualcosa che ha sviato l’energia stessa della ricerca, la sua direzione.
Come per la politica e il costume sociale, una controrivoluzione, quella del neoliberismo conservatore di cui ci parla Marco D’Eramo, è intervenuta, a mio parere, anche sul piano spirituale, mediante una studiatissima infiltrazione, a ricondurre lo stesso linguaggio in una direzione opposta.
Il passaggio che è avvenuto in ambito economico, da una logica di scambio commerciale a una di impresa concorrente¹¹, è avvenuto anche in un ambito, piuttosto commercializzato, della spiritualità. E qualcuno oggi intende il cammino spirituale come un investimento su sé stesso in quanto “capitale umano“.
Il Vangelo si fa individualista, così il ponte fra capitalismo e spiritualità è dato.
Quindi la logica dell’impresa si intrufola anche nel percorso spirituale e nella sua divulgazione. Si è deviata la direzione del suo stesso linguaggio verso un’involuzione in un ciarlare divulgatore egoico e divinizzatore di sé, ovvero l’esatto contrario del suo principio generante.
Un esempio fondamentale: oggi arriviamo a dirci tutti quanti l’un l’altro: «I tuoi genitori li hai scelti tu, e così tutta la vita», e con questo si pretende di essere tutti onniscienti, cioè di essere Dio, non una delle sue creature.
Come se fossimo noi stessi, per quanto ci riguarda, i registi eterni e onnipresenti di tutti gli intricati equilibri che coinvolgono le nascite in questa o quella epoca e in questo o quel luogo. Conoscere ogni singolo momento e luogo della terra e qui individuare il nostro.
Onniscienti prima di nascere.
Può essere vera un’altra scena. Che le nostre guide ce li abbiano indicati, i nostri genitori e con loro l’epoca e la missione (per chi crede nella reincarnazione) che ci appartiene, e che abbiamo amato questa scena in risonanza con noi e abbiamo dato il nostro Fiat.
Ma, no: a detta della massa, «io sono Dio».
Si tratta, a mio parere, della deviazione di un messaggio originario. Una deviazione dal Dio all’Io supremo. Dall’adorazione all’autoproclamazione. Una fabbrica di guru a volontà. Invece dei Re Magi che seguono una luce nella notte, oggi abbiamo una moltitudine di mandrie in cui ciascuno pretende di essere la luce da seguire.
Un arcipelago di isole sole o un popolo variegato di guide cieche. Come un’infiltrazione, ora dilaga.
A chi fa comodo questa deviazione della spinta propulsiva che viene dalla vera ricerca spirituale? C’è una considerazione finale in questa introduzione, un dettaglio, che prendo da Marco D’Eramo: «un dettaglio che accomuna il capitale e gli dei di cui parla Nietzsche, ed è che verso ambedue, verso il capitale e verso gli dei, il debito è inestinguibile, la pena irrisarcibile»¹².
La testimonianza
Apprendere, importare, trasformare e diffondere. Il rischio del viaggio non è solo nell’atto di scoprire l’ignoto, ma soprattutto nell’atto di comunicarlo, nel luogo di partenza, di origine, a chi questo viaggio non lo ha fatto e forse non lo vuole fare, o vuole intraprenderlo senza correre a propria volta nessun vero rischio.
La prima vera parola che ha diritto a mettere un tassello nel discorso sulle verità ultime, sulla legge del cosmo, sulla via, ritengo sia quella della testimonianza. Una testimonianza non è un sentito dire. O una lettura qua e là. È una testimonianza che non sa tutto, ma solo quanto ha potuto toccare con mano, sentire sulla propria pelle, o percepire dalle proprie visioni.
La testimonianza come atto espressivo trova la sua forza nell’antico “dire la verità al potere”. Quali maestri non hanno dato la loro testimonianza al mondo che li ospitava? Lo hanno fatto tutti i veri maestri. Con coraggio. Non hanno massificato il discorso spirituale allontanandolo così dalle sue fonti per avvicinarlo alle folle.
Quel che vedo accadere adesso, al contrario, è la stessa dinamica che, con mio stupore, ho ritrovato nel racconto che l’autore di Linguaggio e silenzio, George Steiner¹³, fa di un’opera lirica di Schönberg: Mosè e Aronne.
Quest’opera mette in canto una storia davvero riportata nelle Sacre Scritture ebraiche. Perché George Steiner ce la ricorda e le consacra un capitolo intero del suo libro? Lo dice lui, in breve:
«Appartiene non soltanto alla storia della musica moderna» … «ma anche alla storia del teatro moderno, della moderna teologia, del rapporto tra ebraismo e crisi europea»¹⁴.
Come Mosè morì prima di vedere la Terra Promessa, così Schönberg morì prima di vedere la sua opera in scena, che avvenne nel 1957, sei anni dopo la sua morte.
Due fratelli, Mosè e Aronne. Aronne, il fratello maggiore, era un sacerdote. Mosè, andato in adozione alla famiglia del Faraone, per aver voluto difendere o vendicare un ebreo, era detto essere un assassino. Aronne era eloquente, Mosè un balbuziente. Aronne aveva la riverenza del popolo, Mosè riceveva solo ostracismo.
La rivelazione venne affidata a Mosè, dalla fiamma sacra che non brucia, non ad Aronne. Eppure a “tradurla” per il popolo fu Aronne. Ora, dice G. Steiner, «è questo il dramma di Mosè. Aronne è una delle possibilità, la più allettante, la più umana, degli autotradimenti di Mosé. È la voce di Mosé allorché tale voce cede alla verità imperfetta e alla musica del compromesso»¹⁵.
Quanto brucia questo compromesso sulla pelle e sulle carni del discorso spirituale possiamo sentirlo, basta leggere il testo dell’opera, straziante davvero.
Ecco un estratto:
MOSÈ
L’Unico, l’Eterno, l’Onnipotente, l’Onnipresente, l’Invisibile, l’Irrafigurabile
ARONNE
Egli vi ha sopra tutti, il popolo Eletto
MOSÈ
(qui Mosè comincia a poco a poco ad arretrare, mentre Aronne appare in primo piano)
non esige da voi sacrifici
ARONNE
e vuole voi soltanto
MOSÈ
non vuole la parte, ma esige il tutto
(Mosè, solo, è molto lontano nello sfondo, mentre Aronne campeggia in primo piano)
ARONNE
donarvi tutta la sua grazia. Prosternatevi a venerarlo!»¹⁶
«Mosé proclama un Dio kierkegaardiano», scrive G. Steiner, «infinitamente, scandalosamente trascendente ogni senso umano di causa ed effetto»¹⁷.
Il popolo non vuole Mosè, che non ha neanche una buona reputazione; vuole Aronne, che tradisce il messaggio di Dio per ottenere il consenso del popolo. Il popolo entra nel “fango e nel compromesso della storia“. Battuto dalla disfatta, «Mosé grida: “O parola, tu parola che mi manchi!” e piomba a terra, affranto»¹⁸.
Quando una vera spiritualità si fa politica, dice la verità al potere e ne paga il prezzo, a volte con la vita; altre volte con l’ammutinamento. Quando una falsa spiritualità si fa politica, partecipa dell’inganno, dell’imbroglio, della calunnia, per ottenere quel benessere che è la bandiera sventolata dal mondo dei finti illuminati o di quelli che hanno tutta la loro bella coscienza a posto senza aver dovuto fare neanche il minimo sforzo per migliorarsi davvero.
«La salvezza» ci dice G. Steiner, «sta nell’isolamento. L’ebreo è sé stesso quando è straniero». Mai come oggi questa frase risuona. Era il 1933 e Schönberg stava lavorando al terzo atto di quest’opera. Il nazismo che voleva prevenire si stava avvicinando, «la cultura in cui egli aveva formulato la sua visione» … «si stava dirigendo verso la rovina, o l’esilio»¹⁹.
Quale grande opera sta avvisando di quel che succede adesso? Non è più tempo di grandi opere?
Pellegrini della domenica al casale delle frasi fatte e dei percorsi guidati: una favola emblematica
Prendiamo un piccolo paesino di quelli che pullulano in Italia, arroccato su una collina morbida e verde. Uno di quelli per cui gli inglesi, gli svizzeri e i tedeschi vengono a trovarci in vacanza. Bene, ora dimentichiamo.
Prendiamo al suo fianco un altro paesino, che non attira i turisti normali, nemmeno turisti alternativi, con un suo picco disabitato per centinaia di anni (dai Sanniti a oggi) intorno ad antiche mura sannitiche, dove oggi sorgono casali e casaletti con giardini curati da manodopera fedele e a basso prezzo. Nella valle ombrosa le altre case, contadini e pastori fra rustici e magazzini agricoli. Un paesino senza una sua vera piazza, solo uno slargo che si affaccia su un fiume.
Nella valle dei rustici troviamo gli abitanti; sulla collina dei grandi casali i pellegrini della domenica, le cerchia di amici (o clienti) dei proprietari dei casali, in cima e a metà della collina. Tutti panoramici. Finemente ristrutturati, in pietra viva. Operai di fiducia al seguito.
I pellegrini della domenica vivono bene inseriti nelle loro diverse città, vanno in campagna, la domenica, a nutrire l’anima. I proprietari delle seconde case, amici dei pellegrini della domenica, offrono a casa loro un cerchio in cui entrare; dentro a ciascuno si trova una varietà di offerta evolutiva e spirituale.
I proprietari delle seconde case hanno la loro città a un’ora di macchina e ogni scusa è buona per tornare a rifocillarsi di una più variegata umanità cittadina. Lì hanno il medico, la banca, il dentista, il centro revisioni auto, il commercialista, gli amici, quelli veri, quelli d’infanzia. Tutto privato.
Spulciamo tra le offerte evolutive della collina e tra i loro aderenti. Che tipo di rapporto sorge tra loro? Che tipo di collettività? Quali frutti maturano in queste piantagioni dello Spirito sopra la collina? Che relazione, con il paesino giù a valle?
Nessuna.
Le offerte evolutive e spirituali saranno per forza di cose in competizione fra loro (fino a quando non saranno davvero evoluti i rispettivi maestri) e avranno per forza di cose a che fare con il verde, la pace della natura, o con le agricolture alternative, e intanto ovviamente, con il benessere, in tutte le sue forme: benessere fisico (massaggi, yoga), benessere emotivo (mediatori emotivi, psicologi spirituali), benessere economico (corsi di auto aiuto, empowerment, meditazione trascendentale, zen deprivato della sua via e associato al successo dentro un comparto), benessere alimentare (biodinamica, passeggiate).
Il verde. L’orto non è un orto e basta, ma è detto essere un orto sinergico e biodinamico di agricoltura permanente. L’orto sinergico e biodinamico di agricoltura permanente o permacultura è fatto così: tonnellate e tonnellate di terra comprate e fatte venire da una montagna sventrata in groppa a un trattore sul sentiero altrettanto sventrato fino al ridosso dei casaletti. I servizievoli con la pala e la carriola, dopo essere andati a caccia di foglie e dopo aver ascoltato supinamente la teoria e visto le slide sul pH migliore che è sempre il sette, corrono a caricare con la pala una carriola piena di terra e portare con la carriola la terra giù, nel posto riservato all’orto, e giù carriole e carriole di terra acquistata sopra la terra gratuita e preesistente, ma troppo dura da lavorare. L’orto bello e fatto è un grosso serpente di terra coperta di paglia, regalata da un paesano vero. Terra coperta di paglia che riposa sopra un cartone della sua misura, mescolato con foglie secche di cui nutrirsi pian piano. Un serpente col corpo grosso, alto fino al fianco umano. Nessun bisogno di chinarsi, di zappare, di levare le erbacce, di concimare.
A volte in via eccezionale una conferenza aperta anche al pubblico paesano (dove il paese non si vede però) porta in campagna un medico alternativo o un ricercatore vero, venuto dalla città per una lezione onnicomprensiva che in un’ora deve riassumere tutto il suo pensiero, la sua storia, la sua offerta e possibilmente offrire uno spunto di riflessione alla gente che vive qui.
La gente di qui. Se ne trovassero quattro. Non c’è il tempo comunque per chiedere loro come la pensano, riguardo alla natura. La gente che vive qui, se non ha il trattore, usa ancora la zappa e vede queste cose come giocattoli a prezzi troppo esosi, di cui comunque trovano incomprensibile il libretto di istruzioni.
Le vie delle spiritualità si incontreranno a seconda di come si intrecceranno i proprietari delle seconde case e i loro rispettivi amici pellegrini della domenica.
- Psicologia in spirito e verità; Educazione alla libertà: qui troviamo riesumata la tradizione esoterica insieme alla psicologia transpersonale e qualche tocco di medicina alternativa e di fisica quantistica. Un pozzo di scienza.
- Mediatori emotivi; cerchi empatici; connessione col bambino interiore: si accordano con l’Hatha Yoga, con una buona alimentazione e un piccolo orto sinergico.
- Steineriani interessati alla biodinamica: si accordano con le meditazioni guidate.
- Costellazioni familiari: si accordano con i cerchi empatici.
È arduo rintracciare un “motore immobile” al di sopra di questa specie di ordine inanellato nel caos.
«La nuova spiritualità è una maglia intrecciata, fatta di fili legati tra loro spesso in modo casuale, incoerente. Fili d’oro intrecciati a fili di paglia, in cui tecniche e sistemi sperimentati con cura e competenza nel corso di secoli o millenni si mescolano all’arbitrarietà di strampalate teorie su Dio, l’universo e tutto quanto»²⁰.
Vero quanto dice Merynch, che: «Se le religioni, infatti, hanno spesso cercato nuovi adepti, fedeli, osservanti, la spiritualità slegata dalle confessioni religiose si è mossa per altre vie e non ha mai cercato seguaci. Il cercatore andava errando e talvolta trovava chi stava cercando. Se non avesse cercato, se non fosse stato disposto ad abbandonare tutto per la ricerca della verità, non avrebbe trovato»²¹. Oggi più che di seguaci si va a caccia di presenze agli eventi.
«La presunzione e l’arroganza dell’uomo occidentale, che crede di sapere già tutto, ha invaso anche il territorio della spiritualità. Ciò che il monaco, così come lo yogi, così come il sadhu, così come il sufi, così come le sacerdotesse cercavano per tutta la vita, e che sapevano di non sapere, e che non osavano pronunciare, trova oggi spazio nei discorsi da bar, nei seminari del fine settimana, nei post su Facebook. È tutto chiaro, ogni cosa è illuminata. Non c’è umiltà né estro nel pensiero di aver già trovato tutte le risposte, di aver già dimostrato tutto»²².
La prima frase fatta (forse anche in ordine cronologico), l’abbiamo vista: «investo su di me» (il capitale umano). Ma prima di affrontare una piccola lista di frasi fatte, una domanda. A che scopo tutto questo?
- Chi deve far entrare soldi (magari squattrinati alle prime armi, ospitati ora in una casa, ora in un’altra).
- Chi un uditorio (l’educazione alla libertà, mentre cerca l’impossibile e cioè trovare un uditorio capace di intendere e di volere, si trova sempre più accerchiata da adepti adoratori del bravissimo predicatore libero, pure urticante nel suo discorso, a volte incomprensibile, altre volte ripetuto a pappagallo. Una tribù di anime chic, eletti dalla Ragione, hanno Fede nel potere divino del predicatore).
- Chi degli aiutanti, (i piccoli casali sulla collina, non tutti hanno i soldi per pagare contadini fissi, e chi i soldi e gli operai ce li ha però ha bisogno comunque di amici intorno così da sentirsi in famiglia, senza avere ospiti fissi tra i piedi però).
Tutti hanno qualcosa in comune, a volte anche parte degli stessi aderenti pellegrini della domenica, ma i casali, fra loro, sono spesso concorrenti.
Le frasi fatte che ne vengono fuori potrebbero far parte di un unico decisivo discorso, diciamo spirituale:
«La realtà non esiste, tu sei il creatore della tua realtà, la vita è uno specchio, se ti percuotono è perché stai creando la violenza che hai dentro, io non mi interesso di politica, le brutture del mondo non le guardo, io mi nutro solo di cose positive, la tristezza mi abbassa le frequenze, io ho imparato a dire no, bisogna stare in armonia fra noi (quindi se non sei d’accordo tienitela per te), vuoi avere ragione o vuoi essere felice?» (Ditelo ai palestinesi).
«Facciamo rete» (tipo mafia, ma non funziona mai bene come la mafia. Troppi capi e ognuno tira l’acqua al suo mulino, alla proprietà da curare). «Finisce un ciclo e inizia un nuovo ciclo di esperienza» (i cicli di esperienza sono le persone, che apportano un contributo con i loro interessi, e che sanno coinvolgere, mettere allegria, pure, in una buona serata insieme. A volte qualcosa succede, le persone si allontanano. Allora vuol dire che è finito un percorso, un ciclo di esperienza. Come se le persone fossero le stagioni).
O la fantomatica Presenza che viene sbandierata come si fosse a un concorso di bellezza. O tutti gli amuleti che reggono il loro potere su una storia di sacrificio (non il proprio ma quello di una vittima). O «il flusso» – «io sono nel flusso» vuol dire che faccio tutto quello che mi pare e se mi capita di calpestare qualcuno e di intrallazzare dentro un imbroglio che azzoppa qualcuno e che però mi rende ricco, allora va bene, tutto va bene.
Cosa voleva dire, in origine, il flusso? Il Samsara, opposto al Nirvana. O la seconda luce secondaria del Bardo thödol. Ma non c’è tempo di approfondire, il mare è troppo vasto e non si trova chi voglia cercarne il fondo. Niente studi veri, nessun viaggio, tantomeno vissuto come spoliazione. Eppure le pagelle ci sono, eccome se non ci sono. Su che metro si basano i voti?
Il metro di misura sulla base del quale si giudica un essere e il suo livello di evoluzione è presto detto: «Se vedo uno che mi dice quanto sta “scramazzato” [ovvero oppresso, in napoletano lo diciamo così] dall’ingiustizia e si lamenta di tutte le botte subite, allora è lampante, è proprio lontano dalla via spirituale, dove sono io, sono arrivato, la prova è che sto bene, ma sto proprio bene, ah, come sto bene».
Intorno a questo discorso sinceramente e orgogliosamente esposto, vive un mondo fatto di ricchi e di parassiti.
I ricchi creano la loro rete e i parassiti si beano di questa rete, di sostegno, di protezione, di salvezza. L’unico comandamento è non approfondire. Restare a galla, in superficie, vibrando con tante tante bollicine, in quello spazio concesso, in quella fuffa.
Una serie di detti e di frasi fatte sono l’armamentario della finta spiritualità che vogliono dire solo una cosa: starsene in pace, beati, felici e benestanti.
Senza annoiarsi. Le dinamiche dell’inserimento sociale esigono la stessa cieca obbedienza senza forma alcuna di critica o di obiezione che potevamo trovare nell’impero romano cristiano. Ma il motivo non è l’autorità dell’imperatore, al contrario: «la realtà non esiste», tutto, anche il più agguerrito aggressore, è solo uno specchio, quindi è vietata ogni forma di critica, al massimo è permesso un: «mi sono sentito» (inculato, aggredito, mortificato, venduto, ecc.).
Le vie sono larghe e non ci si può perdere. Hanno tutte la guida. Meditazione guidata (uno, solitamente il proprietario di casa, dice a tutti cosa devono vedere con l’occhio interiore, secondo per secondo quale parte del corpo coinvolgere, a volte così veloce da rischiare di perdersi per strada un pezzo intero di corpo). Costellazione familiare guidata (ti dico io la frase da ripetere, ti dico quale spirito di quale defunto hai davanti e cosa gli devi dire). Lavoro di liberazione interiore guidato (il predicatore della libertà parla sempre ex cathedra dei suoi argomenti che spronano all’autenticità; impossibile avere un’interlocuzione con la sua altissima intelligenza senza dover ammutolire la propria). Cerchio empatico altrettanto guidato e così via.
Non ci sono più i pionieri di una volta, solo franchising dei franchising dei franchising. Ognuno la sua scuola, il suo giornale in difesa apologetica, il suo uditorio, i suoi praticanti, i suoi paganti, le sue tecniche collaudate, il suo casale.
Qui mi permetto una lunga parentesi e citazione. Come scrive bene Nevill Drury «dove la credibilità della New Age sembra essere venuta meno è nella sua insulsa mescolanza di tecniche di auto aiuto, ispirazione “canalizzata“, confuse mitologie e terapie da show-biz. Esiste attualmente un mercato internazionale che fattura milioni di dollari, fatto di laboratori esperienziali, conferenze, cristalloterapie, consulenze per rapporti interpersonali e rebirthing, presentati in modo che spesso tende a banalizzare le più importanti scoperte della psicologia umanistica e transpersonale … vi sono numerosi seminari che riguardano i rapporti amorosi, la scoperta del bambino interiore, il dialogo con la voce interiore, il recupero del canto interiore o il risveglio dell’impulso interiore, tutte varianti tratte da Carl Gustav Jung o dalle terapie di gruppo degli anni Sessanta»²³.
La rappresentazione mitica, anche teatrale, che è servita a Jung per elaborare il suo nuovo approccio alla psicoanalisi, serve oggi, masticata e rimasticata fino a diventare la briciola di una briciola, come repertorio da mettere in scena, da ciascun aspirante risvegliato, a seconda del contesto e della convenienza. Il risultato di tutto questo?
Ognuno recita la sua parte all’interno di un cerchio empatico o del gruppo di discepoli eletti, dentro relazioni che sanno di muffa, di fittizio, di trito e ritrito e di preordinato, di falso. Sentiremo ad esempio le parole più dolci dai più violenti, dispettosi, invidiosi, rancorosi: «Il mio bambino interiore, l’ho visto, era proprio qui, davanti alla mia faccia», dice un tipo commosso dopo una meditazione silenziosa che ha lasciato proseguire a lungo e ancora più a lungo perché lo guardassero, gli altri, lui quanto durava. Lo stesso tipo magari ha fatto piazza pulita dei suoi nemici con una buona propaganda di calunnie e diffamazioni.
Qui, tra le altre cose, vediamo all’opera l’assenza di etica che vuole pure soverchiare e governare la parola amore, che viene tradotta con «senza costume». Quindi la libertà dell’individuo fuori da ogni etica. Tradotta nella pratica in crudeltà. Tutto questo sottostà alla logica che ha un solo obiettivo: il benessere sociale e materiale, individuale, individualistico. La comodità resta il primo obiettivo che rientra nella nuova non etica del neoliberismo contemporaneo.
Pullulano risvegliati, lassù tra le seconde case in collina, tutti sanno tutto. Un miscuglio senza punte dell’iceberg, un andazzo senza picchi. Una marmaglia omogenea di frasi fatte, buone per ogni occasione, che, nella sostanza, non vogliono dire più nulla. Parole come arnesi della spiritualità che fornisce giochini per gli annoiati. «Ormai ho risolto tutto, sparito ogni impulso violento. Sono arrivato, grazie». La prova che si è compreso tutto, o che si è risvegliati, arrivati all’illuminazione? È che «sto bene, ah, quanto sto bene».
Quando la spiritualità è un infingimento usato come elemento di una strategia finalizzata al benessere materiale e al successo, allora non possiamo parlare di vento bensì di foschia, non di via della ricerca ma di scorciatoia per ottenere illusoriamente gli stessi risultati tangibili che si trovano nelle cerchie degli eletti, degli illuminati, dei guru (onore e prestigio) senza percorrere la vera via della ricerca, quella stretta, ove sono in pochi a passare, ma percorrendo orgogliosamente la via larga, che è per le mode e per la massa. E questi finti illuminati, ai miei occhi, purtroppo, sono i risultati più appariscenti. Pullulano ovunque.
Per molti di loro trovare un senso vero alla propria vita è troppo arduo. E confondono la coscienza con la capacità di dare una risposta a questa domanda: «come sono?». Ecco. L’app che ti risponde in base alle tue vibrazioni oltre che allo stile del tuo linguaggio, è la finzione di questa coscienza, che vorrebbe rispecchiare. Così, dopo aver conquistato il mondo a forza di bugie, si conquista la propria coscienza con l’algoritmo spirituale.
L’IA con l’app spirituale può comprendere il tuo sistema cognitivo e le tue reali intenzioni e ti offre frasi fatte e riassunti dei riassunti che ti possono calzare a pennello; roba con cui esser sicuri di primeggiare nel confronto sociale, e carezze per un’anima che non vuole fare la fatica di essere.
Un algoritmo che viene assunto a spirituale e che si pretende possa leggere le coscienze e a queste replicare. Chi non ha i soldi per l’app specifica tra quelle più avanzate usa Architect, un’app funzionale alla motivazione sul lavoro, al problem solving, riutilizzata al caso. Un altro strumento spirituale per innalzarsi contro il concorrente o il nemico, invitato per l’occasione. Ed ecco entrare una donnetta minuta e servizievole, con gli occhiali troppo spessi e la lingua troppo acuta.
«Fai una domanda spirituale, la profondità della risposta dipenderà dalla tua domanda».
Ok, la donnina domanda: «come congiungere l’orizzontale con il verticale».
L’IA risponde: «la tua è una domanda densa». Sembra quasi un essere umano di quelli che finge di essere intelligente. Buona imitazione del ridicolo. E via con gli sciorinamenti di una cultura elementare, la croce, ripetute citazioni di Simone Weil, solo lei, forse perché è l’unica donnetta filosofeggiante ritenuta all’altezza della piccola donna servizievole che spesso e volentieri parla troppo, anche lei.
«Ti risuona?», domanda in coro il circolo.
«Non mi risuona». Dice lei.
«È perché non sei sulla via della perfezione. L’AI è perfetta».
«Quindi è Dio». Propone lei.
«No, ma tu sei sulla cattiva strada». Ribadisce una faccia dall’aria seria che di tanto in tanto si trasforma da bambino in vecchio guru impettito che scandaglia ogni tua virgola e te la sputa in faccia. Sa recitare tutte le parti, così e così.
Dogma. Etichettamento. Guerra. Primeggiatori seriali.
Come finirà questa storia? Con un lento depopolamento spirituale. Non rimarrà niente, neanche l’orto sinergico biodinamico di agricoltura permanente.
Ora, se il collettivo degli anni ’60 può essere oggi considerato un giocare facile, in anni di boom economico, al nostro tempo, il collettivo sparisce sotto la coltre del primo comandamento: «pensa solo a te stesso».
«Ama il prossimo tuo come te stesso», è il secondo comandamento che troviamo nel Vangelo dopo quel primo, l’amore totale e integro per Dio. Nel cerchio disempatico dei finti illuminati oggi il primo comandamento, desunto dallo stesso Vangelo, è «ama te stesso». Solo poi, quando e se sarai un guru, realizzato, riconosciuto, venerato, «ama il prossimo tuo», se ti va. Ma prima devi amare te stesso.
Come lottare contro tutto questo oceano di fuffa? Si fa fatica a reinserire le parole nel loro contesto originario, in un predominio della spiritualità mercantile dove tutto è disarticolato, annacquato. Non una sintesi ma uno spezzettamento (sincretismo), che fa la scelta opposta, dal punto di vista etico. L’etica invece è una parola dimenticata. Quell’etica praticamente unico motivo del consenso unanime della religione cristiana, (della Chiesa che provvede all’assistenza ai poveri), oggi è una parola andata in malora, desueta, puzza di vecchio mondo, di vecchio paradigma. Così la parola rispetto: appartiene a un paradigma ormai vecchio, da abbandonare.
All’opposto della mortificazione portata dalle religioni passate si cercano ora i petali di rosa evitando le sue spine. Viene meno la disciplina, quando l’unico obiettivo è il benessere. Ed ecco l’equazione spiritualità e mercato. Mentre la mortificazione ci rendeva troppo lontani da Dio a causa dei mediatori e dei pontefici, l’autodeismo di adesso vede tante isole senza vero potere spirituale e ognuna si dichiara Dio in persona.
E poi ci sono i livelli. Tutti al top della scala gerarchica dell’evoluzione spirituale. Si trova sempre un soldatino semplice, però, che stia buono al livello più basso e faccia da servitore.
Il vuoto sembra pieno ed il pieno sembra vuoto. Forse tra tutte le pratiche sarà quella di un vero Zen a riportare il soffio dello spirito alla sua piena vitalità²⁴. Forse. Perfino il fondatore di una delle tre religioni monoteistiche, Maometto, non era sicuro al principio che le rivelazioni ricevute sul monte Hira fossero di origine divina e non demoniaca²⁵. Forse, sarebbe una parola perduta da recuperare oggi.
Una spiritualità cancellata per saturazione. In uno dei testi di empowerment para-spirituale che mi ricordo andavano in voga mentre mi affacciavo al mondo (anni ’80), forse era una delle parole da abolire. Si annotava anche che era una parola usata per lo più dal genere femminile. Quello che poi anche le donne hanno appreso non è altro che la sicumera dell’eloquenza non supportata da un animo profondo.
Quel che viene meno, in tutto questo rimescolamento, è la chiara visione, ovvero lo status opposto a quello necessario per dirsi iniziati a una qualsiasi forma di vera spiritualità.
Non è possibile avere una chiara visione masticando appena parole che non appartengono alla nostra lingua nativa e ripetendole senza esservi cresciuti dentro. Solo una sincera intenzione può utilizzare anche parole straniere per liberarsene poi e nel vuoto più nudo trovare la propria coscienza o la coscienza del proprio dharma o una visione che ci apre a una verità del mondo spirituale, dell’Uno, o del Tutto, che ci riguarda.
Come accade che un vento diventi foschia?
Il processo di sviamento del discorso spirituale e di depotenziamento del sacro e del suo mistero è una storia che potremmo far risalire a prima di Cristo, e sarà (forse?) proprio per questo che il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Era notte. Furono degli outsider a vedere la luce. I pastori con i loro greggi (che non bazzicavano il Tempio) e i Re Magi (che non lo bazzicavano uguale). I suoi, quelli del Tempio, quelli della sua tradizione natale, non l’hanno accolto.
Il vento è etereo, passa, ma spostare tutto il solido per farsi spazio, questo non lo fa, non può farlo. Così lo spirito (con le sue diverse luci e fonti) si diffonde, ma non può cambiare la realtà, le scelte per il bene o per il male che la maggioranza fa.
Peggio, spesso questo vento viene inglobato dalla materia fino a trovarsi incastrato in una gabbia insignificante di frasi fatte, di comandamenti senza più alcun senso, di pagelle basate su principi calvinisti di ricchezza e benessere in questo mondo quindi salvezza in quell’altro o di piccoli strumenti che, come amuleti, servono più a primeggiare tra gli umani che ad elevarsi verso il divino. Questo vento che viaggia porta con sé tradizioni che, colonizzate da poteri demoniaci, diventano pratiche importate, club, mode, spiccioli dottrinali.
Nel suo viaggio, il vento porta con sé anche il rischio della in-globalizzazione delle sue originarie illuminazioni, Idee, o fiabe esoteriche, nel materialismo del secolo; cosa questa che era ed è un rischio pure previsto, da ogni pioniere. Nel meccanismo tritatutto del neoliberismo e nel supermercato della spiritualità²⁶, il profondo e il superficiale si mescolano; da sempre, e oggi si trovano ancora tracce di nuove vie, distaccamenti sorti dall’interno di una religione, anche, tante vie strette, ma anche tanti, tanti auto-divinizzati e falsi maestri.
Lo sviamento del discorso spirituale è storia antica. Che arriva in tutte le forme e attraverso tutti i lati dell’antico prisma oggi offuscato. Luce che diventa tenebra, fino ad oggi. Arriva con l’imbroglio, il rimescolamento, la confusione, l’astrazione, la manipolazione del discorso spirituale piegato ai propri interessi di dominio e le proprie vanità.
«Vuoi avere ragione o essere felice?»
La frase viene dall’esperienza di un uomo (un pioniere della comunicazione non violenta). Cosa e quanto cambierebbero le cose oggi, nel mondo, in Palestina, in Congo, in America e in Sud America, se venisse usata la pratica della non violenza?
Per dirne una, i Palestinesi avrebbero una terra, intanto, la loro, dove poter vivere liberi. Non è una cosa da niente questa non violenza. È un gesto di estremo coraggio che affronta a mani nude la deviazione, la stessa che governa il Bene con le armi. Non basta aver letto e ripetere a memoria l’autobiografia di Ghandi o le opere Marshall B. Rosenberg per poter essere, per così dire, attivisti della comunicazione non violenta, nel sistema politico e culturale di oggi.
Trascinata nell’interesse edonistico di una collettività senza etica e senza solidarietà, anche la più rinomata bandiera della non violenza diventa una frase fatta che nei suoi effetti risulta un’arma di una violenza estrema.
Intanto, questa frase oggi come viene posta mette fuori dalla grazia del consenso umano chi soffre, chi è perseguitato, anche dagli stessi finti illuminati.
Infine, opera una deviazione semantica della felicità, che diventa edonismo²⁷. C’è una deriva omologante in questa deviazione semantica che equipara felicità e piacere su uno stesso piano, molto basso, della soddisfazione egoica e materiale.
Come dice Luka Petrilli: «Il piacere, in tutte le sue forme, è diventato la misura implicita (e spesso esplicita) del valore dell’esistenza. Ma ciò che è presentato come liberazione edonistica – finalmente possiamo desiderare senza colpa – si rivela, sotto esame, una nuova forma di costrizione» … «Il tentativo di “controllare” la felicità la trasforma in una performance, in un piano, e ogni piano è inevitabilmente soggetto al fallimento»²⁸.
Ma, soprattutto, questa frase fatta produce violenza e la giustifica. La libertà nella sua pratica si traduce in crudeltà; perché in questa non violenza di facciata che si fa spazio nel mondo con lo stendardo della frase fatta l’unico vero fine per ognuno è “stare bene“. La parola “comprensione“, anche essa, viene deviata verso il significato di convergenza sotto l’ombra dell’unico stendardo, che viaggia su un’unica linea, su un piano molto superficiale.
Sotto la frase fatta non c’è che la fiera appartenenza alla classe media dei benestanti. Il fine di ognuno è stare bene, uno stare bene individuale che non diventa mai comune sul piano concreto della quotidianità e della solidarietà.
E non è un caso, credo, che in Campania, la mia Regione, non esista alcun reale ecovillaggio.
Chi non ha i mezzi per rientrare nella classe benestante, è solo. A meno che non si faccia servo ossequiante di una religione in cui crede tanto quanto è forte la sua convenienza. Stare bene, qui, non significa comunicare con l’odore di una foglia e al contempo di una frazione immensa di attimo con tutto il creato. Non è un’esperienza intima, non è sulla base di questa che si viene accolti nel consenso dei benestanti.
E ci troviamo così, figli della generazione che ha contestato la borghesia, a essere ripudiati dalla stessa generazione di borghesi, di guide cieche, che passata la contestazione hanno trovato la loro via comoda. La pietistica maldicenza nei confronti del “caso” (che è sempre un povero squattrinato che grida ingiustizia e vorrebbe liberarsi ma vive senza una vera rete sociale di solidarietà e di amicizia) diventa quasi un’esercitazione militare che compatta il gruppo, degli empatici benestanti. C’è chi non si adegua alla felicità obbligatoria, fosse pure di facciata. E in questo contesto sarà sempre un capro espiatorio.
L’autosufficienza non include chi non ne ha i mezzi ed è pure solo. E mi chiedo, che fine farà tutta la mia generazione quando sarà anziana, se i giovani di oggi non abboccano nella loro rete?
Non è più epoca di ricerca della Virtù. L’etica è tra le scienze meno masticate oggi, nel giardino dell’Eden di una classe media borghese e spirituale che possiede un bagaglio che è come un tesoro aperto e messo in subbuglio come una casa appena visitata dai ladri.
Un tesoro senza alcun discorso di contenuto esoterico, perché l’esoterismo di un tempo, che vide nascere ad esempio i Rosa Croce e poi ufficializzarsi ad esempio nella Golden Dawn, oggi è diversamente essoterico. Agli uditori dei propugnatori di questo ladrocinio arrivano semmai solo briciole di discorso, raccolte per l’occorrenza e dimenticate poi, oppure intascate come frasi fatte. L’obiettivo che ci si mette come meta di un percorso è il più delle volte di un materialismo che non ha nessuna vera connessione con lo spirito. Fuffa che pretende di farsi legge universale.
Assumo la conclusione di Luka Petrilli in questo finale di paragrafo, che calza a pennello: «Forse non bisognerebbe domandarsi come essere felice ma in cosa vale la pena immergersi, nonostante tutto? La risposta – se è sincera – potrebbe contenere, in filigrana, anche un miraggio di felicità. Ma sarà senza nome, senza piano, senza strategia, senza promessa. E proprio per questo, forse, più vera»²⁹.
Oblio, maestri e capri espiatori
La conseguenza prima della felicità e del benessere come unico obiettivo (anche fosse nel nome della spiritualità) è che il giorno in cui arriverà un qualcuno che mi ostacola nel raggiungimento dell’obiettivo costui va eliminato.
Lo racconta Carotenuto citando la sua esperienza nel mondo del materialismo, che, tradotto nell’attuale panorama olistico e markettaro più in voga, insegue le stesse cose solo con mezzi più raffinati³⁰. Lo stesso Carotenuto poi ci rivela: «noi non siamo venuti sulla terra per essere felici». E continua: «qual è la cortina di tornasole per vedere se una nuova spiritualità è sulla strada giusta?». Risponde con una parola sola: l’Amore.
Ogni vero pioniere ama, ogni giorno fa qualcosa per gli altri, eppure è anche un vero ostacolo alla finzione delle maschere di una superficialità che si dice spirituale. Per questo al viaggio o alla semplice esistenza del pioniere segue il meccanismo del capro espiatorio, che può essere anche diverso da quel circolo vizioso in cui, vittima e carnefice, l’uno crea l’altro e viceversa.
Una delle storie dove l’accanimento è più ipocrita e più stressante nei confronti di un uomo divenuto capro espiatorio è quella di Giobbe, uomo ricco e onorato, caduto in disgrazia e quindi accerchiato dai detentori del sapere spirituale, e messo contro il suo Dio. Un libro della Bibbia poco conosciuto, eppure dice molto. Gli “amici” si accaniscono sulla sua sfortuna e si ergono a rieducatori del poveraccio, mettendosi con questo quasi al pari di Dio, o comunque certi di stare con questo dalla Sua parte.
Giobbe protesta, per tutto il libro. Protesta anche contro Dio, pur affermandolo dalla sua parte. Un libro malcompreso, un esempio di divulgazione sciagurata, quando si parla della “pazienza di Giobbe“.
Finalmente finisce nell’Antica via degli empi di René Girard. Qui leggiamo del sacro furore degli amici di Giobbe che, sordi alla verità, sono incapaci di ascoltare il suo punto di vista. Riverito e osannato nella sua ricchezza, diventa un bersaglio di tutti contro uno nella sua disgrazia. E questa diventa la sua disgrazia maggiore. Ma nel mitico meccanismo del capro espiatorio, a causa della sua voce, si rompe qualcosa.
Leggiamo da René Girard: «Edipo è un capro espiatorio riuscito perché è sempre misconosciuto in quanto tale: Giobbe è un capro espiatorio mancato. Mantenendo il suo punto di vista di fronte all’unanimità formidabile che converge su di lui, egli sconvolge la mitologia che avrebbe dovuto divorarlo»³¹. Il meccanismo del circolo vizioso vige ugualmente tuttavia per l’originaria ricchezza (esteriore o interiore) dell’idolo che, mentre per questo viene idolatrato, per lo stesso motivo si aspetta di vederlo cadere, per farne un capro espiatorio che sfoghi le ire delle invidie covate intorno a lui.
«Al minimo passo falso, l’idolo, spiato da ogni parte, rischia di trasformarsi in capro espiatorio»³². Perché il suo Dio non interviene subito e col suo silenzio e con le sciagure permesse sembra quasi dare ragione agli invidiosi? Che intanto si rafforzano nel branco.
«La gelosia mimetica cova a lungo nell’ombra. Ecco il significato che ha per me il “ritardo” della vendetta divina»³³.
Le vicende del capro espiatorio in questa foschia senza vento sono ben rappresentate anche da un autore contemporaneo, scomparso qualche anno fa e che resta fra i miei preferiti: David Foster Wallace. Conosciuto per Infinite Jest, ha scritto tanto altro, compreso un racconto, nella raccolta Oblio, intitolato Un altro pioniere, che non la mette tanto sul circolo vizioso che vede la vittima partecipe, anche, in un certo senso, ma più sul bisogno che la massa ha di sentire menzogne, ma geniali, di mettere qualcuno sul podio, da idolatrare e da invidiare poi, e quindi sacrificare. Questo racconto è uno spasso, consiglio di leggerlo tutto³⁴, ma ne presento qualche accenno.
Introdotto come il racconto del racconto di un exemplum, si narra: «in un villaggio isolato non meglio precisato nel cuore della foresta fluviale ecco dunque venire alla luce un bambino» … «dai poteri soprannaturali». Fin dalla più tenera età poteva rispondere a qualunque domanda gli si ponesse. Che fosse scientifica, religiosa, sociale, storica. «Ogni genere di domande insignificanti e tutt’altro che insignificanti». Poteva dare risposte di equità ai conflitti più complicati, alle contese più odiose. «L’intero villaggio aveva finito col venerare il bambino». Costruita una predella di vimini rialzata, ci mettono il bambino sopra, seduto tutto il santo giorno, mentre un sistema di caste ordina la fila di abitanti con le loro controversie e domande. Il bambino ha così di che mangiare senza dipendere dai “presunti genitori“.
Gli abitanti che fino ad allora erano abituati a costruirsi tutto da soli vedono per la prima volta la logica commerciale in opera. Il bambino ora ha una capanna di fianco alla predella e non si sposta di lì. Gli abitanti che offrono da mangiare al bambino e ricevono risposte cominciano a vendere e barattare le risposte ricevute. Nascono i consulenti che con la loro intelligenza possono consigliare domande migliori per risposte di maggior valore, più convenienti. L’economia, tra consulenti, apparati e successi individuali va a gonfie vele.
Questo «balzo quantico» suscita l’invidia dei villaggi vicini e il timore del villaggio dominante guidato dal temibile sciamano del villaggio con i suoi guerrieri dipinti di bianco (in un contesto equatoriale, dove la normalità era avere la pelle nera e il bianco era il nemico temutissimo colonizzatore) per fare più paura.
Con un incantesimo lo sciamano terribile si infiltra nel piccolo villaggio del bambino genio e invece di fare la sua domanda a voce alta, come è in uso, gliela bisbiglia nell’orecchio, così che gli abitanti non possono sapere perché il bambino, sentita la domanda, chiude gli occhi e si rifugia in uno stato catatonico meditativo. Speculazioni e congetture su cosa sia accaduto si sprecano, anche nello stesso racconto, che si divide in tante versioni, che l’autore del racconto riporta.
Fatto sta che quando il bambino del racconto si sveglia, le sue risposte non hanno la stessa natura di prima, presuppongono «una Gestalt completamente diversa», il bambino ora risponde «in modo quasi idiota e ciberneticamente letterale». Peggio: «Il bambino metamorfico post-trance in altre parole ora cerca di coinvolgere i suoi interlocutori in fila in scambi o dialoghi realmente euristici». Le stesse domande le individua il bambino. Salta la casta dei consulenti e salta tutto il sistema.
Peggio ancora: nell’evoluzione delle sue doti euristiche il bambino comincia a porre lui delle domande, in risposta, che provocano pungendo fino al midollo una cultura provinciale con addosso le estreme conseguenze del suo maschilismo, per esempio, o per esempio quelle del suo cieco fanatismo, adorante Dei irascibili, gelosi e suscettibili, «Dei dell’Igname».
Poteva essere un sollievo dall’ipocrisia per tutti, ma no. Per gli «sciamani guaritori del villaggio paleolitico» il bambino ha preso a «chiacchierare a vanvera». Il bambino comincia ad essere screditato come posseduto o pazzo. Eppure continua a ferire, a fare male, a immobilizzare in posizione fetale con gli occhi spalancati e con la febbre alta chi di ritorno a casa, non ha ottenuto risposte da commerciare ma solo mazzate.
Potevano deporlo e riconsegnarlo ai genitori. Ma, no. L’abitudine alla fila è diventato un costume sociale ossessivo, impossibile liberarsi. L’evoluzione euristica del bambino intanto peggiora. Comincia a dare strigliate e a chiedere perché debba stare su quella predellina e che senso abbiano le loro «domande ottuse, piccine, banali, quotidiane, irrilevanti».
I consulenti diventano gli esperti nei dibattiti sul bambino. La fila si dirada, intanto. Intanto il bambino continua a fare sempre più male.
A questo punto del racconto la mia domanda non è che fine fa il villaggio ma che fine fa il bambino.
«I cittadini del villaggio cominciano sinceramente a odiare e temere il bambino». Equiparato ai peggiori nemici, gli «Spiriti Bianchi». Che fine fa. Ve lo dico?
Isolato sulla sua predella al centro del villaggio, evitato e abbandonato, con la speranza che muoia di fame, sopravvive, paziente, anche a digiuno si dice, finché, esausti anche dalla sua resistenza, tutti gli abitanti del villaggio se ne vanno, lasciano tutto, terre, climatizzazioni, e vanno via, tornano allo stato di cacciatori selvaggi. Il bambino abituato al silenzio ha sentito un silenzio diverso, quella notte. Per breve tempo. Un distaccamento di guerrieri «generosamente ricompensato» è rimasto nelle vicinanze del villaggio. Ora prendono le torce e danno fuoco al villaggio. E il racconto ci fa vedere «il ragazzo immobile ancora seduto, circondato dalle fiamme vitree alla luce del sole». A guardare bene si può vedere volare una virgola rossa, che sopravvive: «del fumo azzurro sospeso fra le fitte fronde o il merletto rosso di un incendio». I fuggitivi, si racconta infine, non sono lontani, qualcuno nella fila più dietro, fra le caste inferiori, si è girato indietro, ha guardato ed ha visto «un grande incendio rapace che cresceva e guadagnava terreno per quanto le caste più elevate si prodigassero a guidarli».
Fine della storia.
La via larga della nuova spiritualità, credo sia piena di pionieri mancati, di capri espiatori che rompono il mito, come anche di quelli che non riescono a romperlo, e senza voce restano piuttosto invisibili. Eppure, una fiamma che fa luce e non brucia i veri credenti, ma insegue gli usurpatori, resta sempre viva.
Gesù ha avuto Giuda (ma non solo), San Francesco ebbe Elia, Steiner i suoi stessi discepoli più vicini, la massoneria è ancora in cerca della “parola perduta” e così tutti i tradimenti e gli sviamenti che nascono da una profonda incomprensione del messaggio che, alla meno peggio, viene inteso utilitaristicamente e, condotta in basso la sua ineffabilità, lo tira tanto a sé da depauperarlo della sua stessa forza, del suo potere di compiere miracoli. I traditori e gli usurpatori si arrogano il diritto di intestarsi la verità; quale verità? Manca loro il Logos, l’Aletheia, \alpha \lambda \eta \theta \epsilon \iota \alpha dire la verità al potere. Per dire la vera verità a ogni grande e piccolo potere, oggi e non solo oggi, ci vuole coraggio. Il coraggio del pioniere. I pionieri sono sempre stati traditi, presi come bottino e poi tramutati nel loro esatto opposto, strumento di conformismo e di compromissione con il potere.
I maestri, spesso e di solito, non hanno avuto l’ultima parola. Ne è espressione musicale e figurativa l’opera Mosè e Aronne. Il sigillo non appartiene, nella storia, ai maestri veri, ma ai loro usurpatori. Usurpatori come il fratello maggiore di Mosè. Spesso dove si vanta un sigillo non si trova un testimone e dove si trova un testimone non si vede nessun sigillo.
Oggi, rimasti senza maestri, si moltiplicano gli insegnamenti, passati di bocca in bocca, a mo’ di slogan, come quei saluti in cui ci si riconosce, come il saluto, «aho», a chiusura di un cerchio che si rifà ad antichi riti tribali, senza viverne il contesto. Ci si riconosce dentro (basta questo per dire di essere almeno avviati sulla via) attraverso poche frasi che hanno un’origine ma che oggi spesso risultano frasi fatte, chiavi o codici per entrare, che si usano come scudo, per dichiararsi sempre dalla parte della ragione e mai del torto, o si usano infine come arma, per seppellire l’altro, il prossimo, dentro una coltre di etichette designate a farsi marchio, calunnia, sulla sua pelle, senza neanche dichiararlo apertamente nemico o senza dirne le vere ragioni, quando la vera ragione di tutto diventa il successo, il consenso, l’influenza, la reputazione, il branco, il benessere, la felicità³⁵.
Ed eccoci di fronte a una massa di arimani freddi, dittatoriali, narcisisti, comandanti, ed un’altra massa di luciferi incazzati, pronti a sfasciare tutto ma, senza coraggio, sfasciando sé stessi. Generalizzo.
Deve andare così, l’eterno dualismo. Se qualcuno si mette di mezzo su questo percorso, ci finisce sotto. Una guerra e la sua vittoria. Stare da una parte, una delle due, sotto uno stendardo. Basta questo per “risolversi“. Cosa vuol dire, poi, essere risolto? Avere soldi a volontà? Cosa vuol dire essere presente? Una bella presenza?
E il mondo è talmente deturpato dai finti buonismi e dai falsi maestri che abbiamo avuto bisogno di farci raccontare la “leggenda del santo bevitore“. Già da un po’.
In conclusione di questa indagata e sofferta riflessione, dove trovare una speranza? Sarà nello Zen? Una via certo che c’è, neanche troppo nascosta dalle apparenze.
Oggi la trovo dentro un vecchio e rinnovato haiku, di Kobayashi Issa: «l’allodola del mio villaggio: non la vedo, ma so che canta»³⁶.
Di Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org
10.01.2026
NOTE
1. José Argüelles, Il fattore Maya. La via della conoscenza al di là della Tecnologia, Wip Edizioni, Bari, 2006, p. 31.
2. http://www.rivistapolitica.eu/embodiment-emozioni-e-fondamenti-dellordine-sociale-il-perdurante-contributo-di-durkheim/#_ftn37
3. Si veda John Lilly, definito “pioniere della consapevolezza psichedelica” (Nevill Drury, Il labirinto della nuova spiritualità, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006, p. 102 e segg.). Ideatore della vasca di deprivazione sensoriale, condusse un esperimento di comunicazione durato 25 anni. Tra le sue opere: La comunicazione tra l’uomo e il delfino e L’intelligenza dei delfini.
4. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica (I classici della massoneria), pos. Kindle 637, Gherardo Casini Editore.
5. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, pos. Kindle 645, Gherardo Casini Editore.
6. Sulla difficoltà della selezione nelle società segrete: secondo Guénon, il posto occupato da un individuo nella società ha «un lontanissimo rapporto con la sua natura», e una qualificazione basata su criteri esteriori conduce alla «degenerescenza di certe organizzazioni iniziatiche».
7. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, pos. Kindle 722–724, Gherardo Casini Editore.
8. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, pos. Kindle 733–734, Gherardo Casini Editore.
9. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, pos. Kindle 744–745, Gherardo Casini Editore.
10. René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, pos. Kindle 987–989, Gherardo Casini Editore.
11. Cfr. Marco D’Eramo, Dominio, Feltrinelli, Milano, 2020.
12. Marco D’Eramo, Dominio, p. 222.
13. Nota biografica: George Steiner (Parigi 1929 – Cambridge 2021), non parente di Rudolf Steiner, è stato una figura centrale della cultura internazionale. Fellow del Churchill College di Cambridge, ha insegnato a Princeton, Stanford, Chicago, Oxford e Ginevra.
14. George Steiner, Linguaggio e silenzio, Garzanti, Milano, 2001, p. 138.
15. George Steiner, Linguaggio e silenzio, p. 145.
16. https://www.flaminioonline.it/Guide/Schoenberg/Schoenberg-Moses-testo.html
17. George Steiner, Linguaggio e silenzio, p. 147.
18. Ivi, p. 150.
19. Ivi, p. 151.
20. Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea, p. 5.
21. Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Tu non sei Dio, p. 24.
22. Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Tu non sei Dio, p. 25.
23. Nevill Drury, Il labirinto della nuova spiritualità, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006, p. 193.
24. https://www.youtube.com/watch?v=kHJ5uHiz-ls
25. Nevill Drury, Il labirinto della nuova spiritualità, p. 46.
26. Si veda Il supermarket della spiritualità. Oltre all’avvertimento sui rischi, propone anche alcune vie autentiche, tra cui la ricerca di Daniele Laganà, che individua nel cuore il centro dell’esperienza spirituale.
27. Luca Petrilli, Meno rumore, «Cerca il piacere e sarai felice».
28. https://menorumore.substack.com/p/cerca-il-piacere-e-sarai-infelice
29. https://menorumore.substack.com/p/cerca-il-piacere-e-sarai-infelice
30. https://www.youtube.com/watch?v=fZGg0jczyV4
31. René Girard, L’antica via degli empi, Fabbri Editori, Milano, 1994, p. 46.
32. René Girard, L’antica via degli empi, p. 66.
33. Ivi, p. 69.
34. David Foster Wallace, “Un altro pioniere”, in Oblio, Einaudi, Torino, 2004, pp. 141–168.
35. https://www.liberopensare.com/prove-tecniche-di-felicita/
36. Elena Dal Pra (a cura di), Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento, Mondadori, Milano, 2024, p. 199.