Il prezzo dell’obbedienza. La Bielorussia è l’ultima chance europea?

Di Massimiliano Bonavoglia

Costi e ricavi: chi incrementa guadagni netti e chi perde in UE? 

Come appare il sogno europeo, se viene applicato ai conteggi economici?

L’Unione europea ha una cassa, comune da cui si ricava il bilancio: ogni Paese versa capitali che l’UE spende sui territori (strade, agricoltura, ricerca, fondi di coesione, ecc.). Il saldo netto è la differenza tra spesa dell’UE nel Paese e i contributi versati dalla nazione: cioè quanto l’UE investe, meno quanto lo Stato membro versa. Se il saldo è positivo, il Paese incassa più di quanto versa (beneficiario netto); se è negativo, versa più di quanto riceve (contributore netto).

Per chi non lo sapesse, l’Italia è contributore netto.

Per orientarsi nella liturgia contabile, bastano tre sigle.

QFP/MFF è il Quadro finanziario pluriennale (Multiannual Financial Framework), il bilancio settennale (2014-2020, 2021-2027, ecc.);

RNL/GNI è il Reddito nazionale lordo (Gross National Income), la base su cui si calcola la quota versata;

TOR sono le risorse proprie tradizionali (soprattutto dazi) che gli Stati riversano a Bruxelles. Consultiamo di seguito l’EU spending & revenue e i rapporti nazionali (per l’Italia, Corte dei conti)1

I nuovi entrati in UE sono beneficiari netti, gli storici fondatori – Italia in primis – contributori netti.

Prendiamo il caso dell’ingresso del Baltico e Polonia il 1° maggio 2004. Che cosa accade all’Italia dopo quell’allargamento? Restiamo contributori netti e, tra il primo settennio post-allargamento e il successivo, il saldo negativo peggiora non di poco. Nel 2007-2013 (primo QFP completo dopo il 2004) il saldo medio annuo italiano è circa – 4,36 miliardi di euro (ogni anno versiamo circa 4,36 miliardi più di quanto riceviamo)2. Sprofonda nel 2014-2020: nella tabella “Spesa e gettito per Paese” la somma contributi TOR versata dall’Italia supera ampiamente la spesa UE in Italia; la Corte dei conti quantifica il saldo netto cumulato del settennio in -37,92 miliardi di euro (circa -5,4 miliardi di euro/anno)3.

Se prendiamo un anno campione, il 2020, troviamo lo svantaggio nazionale di -6,8 miliardi di euro: l’Italia versa 18,2 miliardi e riceve 11,4-11,7 miliardi (nell’anno in cui, dopo la Cina, fummo tra i più colpiti dalla [psico]pandemia).4 Conclusione di un primo sguardo: la spesa italiana verso Bruxelles cresce in valore assoluto, mentre i rientri (bandi, progetti, ecc.) calano inesorabilmente.

Risultato, saldo negativo in aumento. Il sogno delle stelline dorate su sfondo azzurro, ahinoi, è a debito.

Specchio rovesciato in Polonia: dall’ingresso il “delta positivo” (saldo netto) cresce perennemente. Cumulato dal 2004: 161,8 miliardi di euro; incassati 245,5 miliardi, versati 83,7 miliardi fino a fine 2023. In media 8 miliardi all’anno di introiti netti5.

Mutatis mutandis, non va male neppure alla piccola Estonia: saldo netto 2007-2013 pari a circa 3,61 miliardi di euro (calcolato dall’”average net contribution” annuo: 515 milioni moltiplicati per 7 anni), come da “EU expenditure and revenue 2007-2013”6.

I benefici aumentano nel settennio successivo 2014-2020 a circa 3,81 miliardi di euro.

E, secondo l’Oxford Research Encyclopedia, «entro il 2020 l’UE ha sostenuto l’Estonia con circa 11 miliardi di euro, mentre l’Estonia ha versato meno di 2 miliardi», dunque circa 9 miliardi dall’adesione – sorprendiamoci pure se Polonia ed Estonia preferiscono Bruxelles a Mosca7.

Il Dato di contesto spese UE (ESI Funds 2004-2020) parla chiaro: circa 9,1 miliardi di euro investiti in Estonia (fondi strutturali, coesione, ecc.), come recita il fact-sheet “GROWING TOGETHER: EU SUPPORT TO ESTONIA SINCE 2004”8

Ora, qualche domanda non europeista-a-tutti-i-costi: crescere insieme, sì, ma se una parte sostiene l’altra e non viceversa, di quale crescita comune parliamo? Non sarà piuttosto un travaso di ricchezza – a danno di alcuni e beneficio di altri?

Da decenni si sostiene che l’ingresso dei Paesi dell’ex-blocco sovietico sia stato guidato dalla sete di libertà e diritti. E se, invece, i vertici della BCE stessero comprando consenso con miliardi sottratti agli Stati fondatori più ricchi? I numeri rendono più che legittimo il sospetto che qualcuno abbia conquistato a titolo oneroso il Baltico, con i soldi dei popoli dell’Europa occidentale.

La Lettonia, entrata insieme agli altri il primo maggio 2004, secondo Il fact-sheet “GROWING TOGETHER: EU SUPPORT TO LATVIA SINCE 2004” registra un saldo netto 2007-2013 circa 4,56 miliardi di euro, salito a 5,55 miliardi di euro nel 2014-2020: totale che supera i 10 miliardi e arriva a 12,2 miliardi di euro considerando i fondi di coesione oltre agli strutturali9.

La Lituania, last but not least: registra altri saldi positivi: oltre 19 miliardi di introiti grazie all’entrata nell’UE (è la più popolosa delle tre “sorelle” baltiche), con il consueto documento sopra citato che inneggia alla “crescita comune” -che anche qui si traduce, nello svuotamento dei Paesi fondatori10:

Polacchi, estoni, lituani e lettoni, sono i più favorevoli ad un riarmo europeo di larga scala, forse anche perché non saranno loro a pagarlo. Idem per l’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea.

Non si può dire lo stesso per la Germania, ultimamente in recessione da quando ha dovuto rinunciare alle fonti energetiche russe a basso costo e approvvigionarsi a quelle americane molto meno convenienti, fornire armamenti e denaro all’Ucraina come da diktat americano ed europeo, e per ringraziamento si è vista mutilare del Nord Stream, compromettendo anche la speranza di ricevere in futuro le vantaggiose risorse energetiche russe.

Atto di terrorismo viste le mastodontiche implicazioni, per il quale si provò subito ad incolpare i russi (che avevano speso circa 10 miliardi di euro per costruire quella struttura strategica) in modo controintuitivo (sarebbe stato un atto di autosabotaggio clamoroso) e per il quale oggi si legge dell’arresto dei uno degli autori (ucraino e non russo) avvenuto in Italia, patria11 non da oggi dei terroristi che colpiscono in Europa12. Un altro attentatore è stato recentemente arrestato in Polonia, ma la corte “ha respinto l’estradizione del 46enne ucraino Volodymyr Z. alle autorità tedesche e ha revocato la sua custodia cautelare” con la benedizione del primo ministro della Polonia Donald Tusk su X che chiosa: “il caso è chiuso”13.

Questo sarebbe il ringraziamento che l’Ucraina offre a uno dei Paesi che ha avuto maggiori perdite nel supportarla come la Germania (una pipeline come il Nord Stream evidentemente non può essere abbattuta da un libero battitore senza il supporto tecnologico e balistico di una struttura militare di Stato). Fingiamo qui di non ricordare quanto disse il presidente degli USA Biden il 7 febbraio 2022 durante una conferenza stampa alla Casa Bianca con il cancelliere Olaf Scholz, ovvero: “If Russia invades… there will be no longer a Nord Stream 2. We will bring an end to it.” [se la Russia invadesse… non ci sarà più alcun Nord Stream 2. Noi lo neutralizzeremo]14.

Fingiamo di non ricordarle per non essere accusati di letture antioccidentali [termine sul quale a breve chiariremo un errore fondamentale], ma quelle parole spiegano meglio di qualsiasi propaganda, come un Paese con le dimensioni dell’Ucraina, possa da allora tenere testa alla Stato più grande del mondo, che per alcuni indicatori risulta essere il più potente del pianeta.

Torniamo senza divagare alla contabilità. In questi mesi di estenuanti trattative su pace e cessazione delle ostilità in Ucraina, c’è un punto su cui – curiosamente – Putin, Lukashenko, Zelensky, Trump e Ursula von der Leyen paiono convergere: l’adesione di Kiev all’Unione Europea. Putin sa che un’eventuale conquista integrale dell’Ucraina produrrebbe la sua vietnamizzazione: una guerriglia interminabile capace di erodere per anni le risorse russe. Fin dall’avvio della cosiddetta operazione speciale, Mosca ha posto una conditio sine qua non: niente NATO per Kiev- comprensibile, dal suo punto di vista, data la prospettiva di basi ostili a tiro di schioppo da Mosca. L’adesione all’UE, invece? Quella, volendo, si digerisce. Perché? Perché la ricostruzione sarebbe finanziata e realizzata dai consueti contributori netti – italiani inclusi. Ecco, forse, perché malgrado tre anni e mezzo di martellante retorica bellicista e anti-diplomatica, l’opinione pubblica italiana continua a guardare con glaciale compostezza tanto al sostegno a Kiev quanto al suo ingresso nell’Unione: qualcuno sogna l’Europa; qualcun altro, più prosaicamente, ne paga la fattura.

Ora la domanda primigenia diventa: quanto costerebbe all’Italia l’entrata dell’Ucraina in Europa? Per dare una cifra operativa, calcoliamo una forchetta assumendo che l’Italia copra circa il 10-12% del fabbisogno aggiuntivo (in linea con il suo peso economico recente nell’UE e mantenendo le attuali proporzioni). Costerebbe per l’intera UE circa 186 miliardi di euro nel primo settennio secondo una stima interna del Consiglio riportata da Financial Times15, ovvero da 19 a 22 miliardi di euro per l’Italia di costo spalmati in 7 anni, data l’iniqua ripartizione delle spese in eurozona, quindi circa 2,7-3,2 miliardi di euro all’anno (che da qualche parte dovranno essere prelevate…).

Queste cifre sono confermate anche dall’Europarlamento, che richiama la stessa forchetta nel suo Budgetary Outlook 202416.

Oltre a versare di più, l’Italia potrebbe ricevere meno su coesione a causa della ridistribuzione a favore dell’Ucraina. Come mostra lo studio Delors stando alle regole del 2021 e senza soglie di protezione, diversi Paesi (Italia inclusa) vedrebbero ridursi le dotazioni di fondi strutturali17.

Alla luce di questi aspetti forse si comprende l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, e si coprono di una luce sinistra quei governanti degli Stati contributori netti (attuali e precedenti) che si sono prestati al gioco di sottrarre risorse ai rispettivi popoli da loro indegnamente rappresentati, per cederle a Paesi stranieri.

Non fa quindi sorpresa che i Paesi del Baltico mostrino acquiescenza all’adesione ucraina all’Unione Europea, o che Vladimir Zelensky sia intenzionato a farvi ingresso quanto prima, parimenti risulta coerente con la tutela degli interessi nazionali che l’attuale presidente USA non abbia nulla da eccepire e tantomeno il presidente russo. I Paesi europei che hanno finanziato e sostenuto la guerra ancora in corso, si farebbero carico dei danni che ne derivano nei territori non russi, c’è quindi da augurarsi che la Russia arrivi al confine polacco? Seguendo una logica elementare, sarebbe nostro interesse che la Russia conquisti più territorio possibile di quel Paese oramai semidistrutto, che sta per diventare il peggior malato d’Europa.

Da parte sua, il presidente americano è già passato all’incasso, avendo strappato all’omologo ucraino l’accordo sullo sfruttamento delle terre rare e delle risorse rimanenti all’Ucraina per ripagare l’aiuto ricevuto sinora, e alla UE l’accordo sull’acquisto di armi americane a caro prezzo, da devolvere poi all’Ucraina, che ha già chiesto altri cento miliardi come scrive il Financial Times: “l’Ucraina ha proposto di acquistare 100 miliardi di dollari di armi statunitensi finanziati dall’Europa in cambio di garanzie di sicurezza USA, la bozza è stata condivisa con gli alleati europei”18.

Difendere il diritto internazionale o piuttosto gli interessi americani?

Ci limitiamo qui a segnalare che l’Ucraina non ha stretto alcuna alleanza formale con l’Unione Europea, tantomeno è stata mai siglata una alleanza militare e, pur subendo ingerenze americane da trent’anni, non appartiene alla NATO.

Se bastasse il principio della difesa di un Paese sovrano che ha subito un’invasione esterna, avremmo dovuto difendere la Serbia dall’attacco esterno privo dell’avvallo dell’ONU, combattendo in quel caso contro noi stessi, europei e americani, visto che fummo gli aggressori, o l’Afganistan dopo l’undici settembre, piuttosto che l’Iraq dopo motivi inventanti, come ammise lo stesso Colin Powell quando riconobbe che la sua presentazione all’ONU del 5 febbraio 2003 sulle inesistenti armi di distruzione di massa, si basava su informazioni sbagliate, definendola una macchia (blot) sulla sua carriera e “un grande fallimento dell’intelligence”19.

In questo caso ci si sarebbe aspettato un intervento da parte della corte penale internazionale visto che fu abbattuto un governo di un Paese sovrano con motivi pretestuosi, quando lo stesso alto rappresentante USA, che aveva agitato la provetta davanti all’ONU per legittimare quell’aggressione, ammise di aver agito sulla base di notizie false.

Non ci fu nemmeno un’indagine su quei fatti, che hanno mostrato il volto mentitore e predatorio dell’Occidente.

Fu illegale l’attacco all’Afganistan che produsse una guerra di circa vent’anni, vide gli USA entrare in quel Paese sovrano senza l’avvallo dell’ONU, all’inizio in modo unilaterale e senza l’aiuto degli alleati, che non tardò ad arrivare. Il primo nome che venne dato all’operazione fu Giustizia Infinita, a rappresentare gli USA come giustiziere mondiale. Entrarono quando in Afganistan c’erano i Talebani (un regime fondamentalista finanziato e alimentato dagli USA nel secolo precedente contro l’URSS), e ne uscirono con Biden presidente, lasciando il popolo afgano in mano allo Stato Islamico oltre che ai talebani. Terroristi nuovamente armati con circa 7,1-7,2 miliardi di dollari in mezzi militari e armamenti USA che risultavano nell’inventario delle forze afghane al momento del collasso, a cui i Talebani hanno avuto accesso dopo la caduta di Kabul. È la stima comunicata dal Dipartimento della Difesa al Congresso e ripresa da SIGAR (l’ispettorato speciale sulla ricostruzione)20

Per non parlare dell’abbattimento del governo libico, deciso arbitrariamente dal presidente Obama a cui viene conferito il Premio Nobel per la pace, dopo aver trasformato la Libia nell’attuale inferno a cielo aperto, dove da allora si consumano le peggiori violazioni dei diritti umani su poveri disperati che diventano dignitari titolari di diritti umani, solo e soltanto dopo che si imbarcano verso l’Italia.

Per non pensare alle ingerenze in Ucraina per patrocinare rivolte di piazza contro leader che vinsero democraticamente le elezioni solo perché considerati filorussi, quando in realtà erano neutralisti come Viktor Yanukovych. Ricordiamo l’espressione di Victoria Nuland in una telefonata privata con l’ambasciatore USA in Ucraina, Geoffrey Pyatt che aveva perplessità sull’appoggio e finanziamento americano verso forze apertamente filonaziste, che si ispiravano fieramente ai crimini commessi da Bandera durante la seconda Guerra Mondiale contro russi e bielorussi, il 4 febbraio 2014 ed è stato ripreso dai media il 6-7 febbraio 2014: “fuck the EU” chiarendo inequivocabilmente cosa pensavano (e cosa pensano tutt’ora) i vertici USA dell’Europa. Geoffrey Pyatt, allora ambasciatore USA a Kiev, proponeva alla Nuland di tenere fuori dal governo i leader più radicali dell’opposizione. Nuland rispose che “Yats [Yatseniuk] è l’uomo giusto” e che Klitschko e Tyahnybok sarebbero stati “all’esterno”; Pyatt aggiungnse che ” (…) il problema sarà Tyahnybok e i suoi” e che si sarebbero dovuti “tenere uniti i moderati”. Non li chiamò nazisti, ma è chiaro che espresse riserve sull’includere Tyahnybok e Svoboda (allora spesso autodefiniti di estrema destra) nel governo provvisorio21.

Questa discussione telefonica avrebbe dovuto destare scandalo per l’espressione dell’alto rappresentante USA in Europa Nuland, nonché sollevare almeno qualche dubbio sulla sovranità ucraina di cui tanto si parla da quando la Russia l’avrebbe violata.

Una curiosità: già nel 2012 il Parlamento europeo aveva messo in guardia dai “punti di vista razzisti, antisemiti e xenofobi” di Svoboda, invitando i partiti democratici ucraini a non coalizzarsi con quel partito, e fu proprio a questo che si riferiva l’ambasciatore americano a Kiev quando tentennava nell’accettare il piano della Nuland22 Una volta che gli USA decisero di osteggiare la Russia armando l’esercito regolare ucraino contro i civili del Donbass durante la guerra civile scoppiata nel 2014, il Parlamento europeo si è adeguato.

Similmente in Georgia Saakashvili e il governo nato dalla Rivoluzione delle Rose del 2003 ebbero un forte sostegno politico e materiale degli Stati Uniti, Sostegno politico pubblico dichiarato apertamente. In visita a Tbilisi il 10 maggio 2005, George W. Bush definì la Georgia «un faro di libertà» e promise che «il popolo americano sarà al vostro fianco»23.

Rapporti di ricerca e testimonianze indicano un ampio supporto occidentale alla società civile e ai partiti, segnatamente training elettorale, campagne di propaganda, investimenti nei media locali. Tra i contributi dichiarati spiccano programmi USA quali NDI (National Democratic Institute [Istituto Democratico Nazionale per gli Affari Internazionali]), IRI (International Republican Institute [Istituto Repubblicano Internazionale]), USAID (United States Agency for International Development [Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale]), e il sostegno della Open Society di George Soros con training di attivisti (anche tramite i serbi di Otpor!) dichiarati e sbandierati da questi stessi istituti come legittime ingerenze nelle politiche di questo Paese24

Dopo il 2003 gli USA considerarono Tbilisi un partner chiave; il supporto militare e finanziario si intensificò (programmi di addestramento militari e attivisti civili, poi ulteriore assistenza dopo la guerra del 2008 per tenere alta l’influenza antirussa)25

Il cosiddetto Occidente viola da decenni regolarmente le regole internazionali che stabilisce e applica per le altre potenze. Riconosce la secessione del Kosovo dalla Serbia, ma condanna quella della Crimea dall’Ucraina, esclusivamente per interessi americani (contrari a quelli europei).

L’espressione Fuck EU va considerata come sineddoche di qualcosa di molto radicato negli USA e non fu un singolo, spiacevole evento come venne definito successivamente. Lo dimostra la carriera successiva della Nuland, nonché gli eventi più recenti dell’attuale amministrazione americana.

Nel marzo del 2025 il giornalista Jeffrey Goldberg, direttore di The Atlantic, aggiunto per errore a un gruppo Signal dei vertici della Casa Bianca riporta le seguenti espressioni: «I fully share your loathing of European free-loading. It’s pathetic [Condivido pienamente il tuo disprezzo per il parassitismo europeo. È patetico]» – così il segretario alla Difesa Pete Hegseth definiva l’Europa26. Il vicepresidente JD Vance odiava dover salvare di nuovo l’Europa, sostenendo che l’azione militare contro gli Houthi avrebbe beneficiato soprattutto il commercio europeo27. Il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz proponeva di “mettere in conto i costi e farli pagare agli europei” per la riapertura delle rotte nel Mar Rosso; nella chat si parlava anche di come “remunerare” gli USA28.

Chiunque regni alla Casa Bianca, il verdetto su questa vecchia Europa pare immutato: non alleati, ma zavorra-parassiti di lusso. Altrimenti Obama si sarebbe preoccupato di quali conseguenze sarebbero pesate sul vecchio continente, a cominciare dall’Italia, a seguito dell’abbattimento illegale del regime di Gheddafi (e per i famigerati diritti umani con cui gli USA hanno sempre giustificato le loro aggressioni).

Sotto questa luce ben si comprende come gli USA sotto i dem ci abbiano impedito di utilizzare le risorse russe e ora sotto i repubblicani ci sanzionino con i nuovi dazi e spingano ad accogliere l’Ucraina nell’Unione, così da obbligarci a ricostruirla e nostre spese.

Chiediamo: c’è qualche esponente politico nel Parlamento italiano che denunci questa situazione? Qualora sia sfuggito all’estensore, se ne chieda venia; a tutt’oggi, nondimeno, non consta. Naturalmente i casi contemporanei della partecipazione al genocidio dei palestinesi a Gaza contro il parere dell’ONU, l’aggressione unilaterale del Venezuela e il rapimento del suo presidente, l’aggressione arbitraria e pretestuosa ora in corso contro l’Iran sono solo gli ultimi epigoni di un diritto internazionale sempre più comico anche solo nella sua annunciazione, se non fosse tragicamente preoccupante e criminoso l’abuso che si fa di questa locuzione nella nostra porzione settore del globo terrestre.

Esiste solo il punto di vista occidentale? L’errore etnocentrista

Esaminiamo ora l’indebita ipostasi Occidente. Termine frusto, ambiguo, e, a ben vedere, figlio di un vizio di prospettiva: l’etnocentrismo. È quella lente che ci racconta invariabilmente al centro del palcoscenico e che, con subliminale costanza, deforma la lettura delle vicende internazionali, impedendo a chi la indossa, di misurare lo stato delle cose e, soprattutto, i reali rapporti di forza.

Occidente, del resto, non è una provincia del planisfero: basta ruotare il mappamondo di un dito e il nostro Medio Oriente diventa immediato occidente per i cinesi; la Cina è a occidente del Giappone; e il cosiddetto Estremo Oriente è estremo solo per noi europei. Questa tassonomia ottocentesca poggia sulla radicata persuasione di essere la parte più evoluta, benestante e moralmente esemplare del pianeta. Peccato che, da almeno un secolo, demografia, ricchezze del sottosuolo e-di recente -capacità militari e tecnologiche abbiano ridisegnato la carta del potere in favore di altri quadranti.

Con ogni probabilità, i manuali del futuro chiameranno questa che si chiude “era americana”, mentre la transizione a una fase asiatica non bussa più: è già nell’atrio.

I passaggi d’epoca, si sa, non sono mai indolori: le potenze declinanti, prima di accettare il sorpasso, hanno sempre versato molto sangue e ancor più illusioni. Forse stiamo attraversando, con passo non proprio leggero, «…una fase della storia universale, estesa a più secoli, al cui inizio ci troviamo oggi», come scriveva Oswald Spengler nel suo Il tramonto dell’Occidente. Al suo epilogo, il mondo occidentale si ostina a pensare se stesso come l’ombelico del mondo globale, il perno attorno al quale tutto gira, e nel contempo il modello che il secondo e il terzo mondo imitano, rimanendo sempre indietro. Le cose non stanno così, e l’autodefinito uomo della provvidenza, che avrebbe fatto l’America ancora grande, Donald Trump, sta gradualmente velocizzando a suon di ceffoni la presa di coscienza, di quanto il mondo semplicemente ci ignori.

La recente risposta dell’India alle minacce di sanzioni secondarie per il commercio con la federazione russa, ne è solo l’ultimo esempio. L’India, con inconsueta algida cortesia, ha risposto più o meno così: la politica energetica è materia di sovranità, gli acquisti di greggio russo servono l’interesse nazionale e perfino stabilizzano i prezzi globali; se a Washington (o a Bruxelles) non piace… “se non vi va, non comprate”-per citare testualmente il ministro degli Esteri S. Jaishankar. In aggiunta: “abbiamo delle linee rosse”. Tradotto dal diplomatico: non prendiamo ordini sul petrolio29.

Alle minacce di sanzioni secondarie e all’annuncio di dazi aggiuntivi del 25% (fino a portare molte voci al 50%), Nuova Delhi ha replicato che continuerà a comprare greggio russo, pur preparandosi a mitigare gli effetti commerciali e a diversificare mercati e forniture30.

C’è poi la chiosa-pungente-sui doppi standard: perché colpire l’India e risparmiare la Cina, primo acquirente del greggio russo? La domanda serpeggia nei briefing di New Delhi mentre il governo assicura che, anche se arrivassero strette più dure, l’India saprebbe comunque assicurarsi il petrolio da altre fonti. Nel frattempo, con Mosca si rafforzano i canali commerciali, giusto per ricordare che i ponti, quando conviene, si costruiscono a due mani31.

In sintesi: l’India (quello sì) è un Paese sovrano i cui governanti sanno tenere la schiena dritta e dare una risposta adeguata alle minacce di chi crede di godere di un potere assoluto nelle politiche estere e di poter ricattare il mondo intero. A ben guardare, è quello che dal giorno dell’annuncio dei dazi di ogni Stato estero, a cominciare dagli alleati, l’attuale presidente USA sta operando: una politica da braccio di ferro con ogni singolo Paese.

In modo unilaterale, plateale e in pompa magna, Trump annuncia il 2 aprile 2025 le cosiddette Liberation Day tariffs, dazi a tutto il mondo con un elenco sbandierato in diretta mondiale, senza alcuna contrattazione, senza alcun accordo, senza alcuna differenza tra alleati e competitori… tutto il pianeta si ferma, e in un solo colpo, il fallito tentativo dei tre anni precedenti della reggenza Biden di isolare la Russia in ambito internazionale a cominciare dal commercio, diventa auto-isolazionismo americano che sfida il mondo intero, chiamando questo atto, liberazione.

In pochi mesi gli USA ottengono una velocizzazione dei processi di avvicinamento dei BRICS, con gli ultimi entrati che sono in numero crescente, una presa di distanza da storici alleati come il Giappone, e un’aumentata diffidenza da parte del principale avversario commerciale, la Cina.

Fa da controcanto il servilismo indegno e davvero indecoroso dei messaggi del capo della NATO Rutte, che lo stesso presidente USA ha pubblicato vantandosene: “Europe is going to pay in a BIG way, as they should, and it will be your win [L’Europa pagherà in modo massiccio – come è giusto – e sarà una tua vittoria]»32 [la NATO ha confermato che il testo è autentico].

Ovvero è giusto che l’Europa abbia affrontato (siamo per ora solo all’inizio) una grave crisi recessiva per la rottura dei rapporti commerciali con lo Stato che ha il maggior numero di risorse energetiche del pianeta, e che comprava a mani basse i prodotti europei, a cominciare dal made in Italy.

È giusto che l’abbia fatto per sostenere la guerra antirussa di cui l’America è stata la mente, i poveri ucraini il braccio (alquanto sanguinante pare).

Le cose sono andate notoriamente in modo diverso dagli auspici. La Russia non è stata costretta alla ritirata, non è rimasta tagliata fuori dal sistema finanziario e commerciale mondiale, anzi ha accresciuto notevolmente i propri rapporti con due superpotenze come Cina e India. Quindi non basta più l’invio di miliardi sottratti ai propri bilanci pubblici e di armi che hanno sguarnito le già precarie condizioni dei magazzini militari europei, ora bisogna comprare armi americane e donarle all’Ucraina, e dopo aver perso il mercato russo per il proprio export, quello americano per ringraziarci, ci colpisce con i dazi commerciali.

Rutte riassume il tutto dicendo che è giusto. Ma c’è di più. Il segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, a Fox News nell’agosto 2025 afferma: “Stiamo vendendo armi agli europei, che poi le rivendono agli ucraini, e il Presidente Trump applica un ricarico del 10% sulle armi; magari quel 10% coprirà il costo della copertura aerea”33. Quindi per riassumere, utilizziamo step-by-step l’espressione uno-due che nel pugilato simboleggia il pugno destro e il pugno sinistro che si alternano sul viso dell’avversario:

1 amputazione del mercato russo per l’Europa (divieto assoluto di import-export, cancellazione dei voli aerei, estromissione dal sistema dei pagamenti internazionali) negli interessi americani, prima,

2 dazi sui nostri prodotti che saranno meno concorrenziali negli USA, dopo;

1 obbligo di invio di armi e denaro all’Ucraina per finanziare la guerra contro la Russia prima,

2 obbligo di acquisto di armi americane dopo (che naturalmente non saranno di prima scelta, vista l’importanza per gli USA di avere arsenali ben equipaggiati con armi non del tutto note);

1 obbligo di armarsi per difendere l’Europa da eventuali minacce d’invasione prima,

2 obbligo di donarle all’Ucraina per difendere il nome della NATO e degli USA visto l’andamento della guerra dopo;

1 armare l’Ucraina boicottando qualsiasi tentativo diplomatico di trovare una soluzione pacifica

2 accogliere i cocci dell’Ucraina in Unione Europea e ricostruire il Paese a spese nostre

Dulcis in fundo, visto che ora l’America-di-nuovo-grande dichiara apertamente di perseguire solamente i propri interessi [mentre prima lo faceva senza dichiaralo, anzi spacciando le sue azioni per difesa del diritto internazionale, questa è l’unica vera differenza] bisogna pagarne un prezzo maggiorato. Il capo della NATO, cioè dell’alleanza che dovrebbe proteggerci, si congratula con gli Trump per la sua grande vittoria.

Ma se c’è un vincitore, c’è anche uno sconfitto, e qui non si sta parlando di Russia. Uno è il campione di pugilato, l’altro lo sparring partner che viene gonfiato di pugni. Non basta… almeno nella metafora questi riceve un emolumento per il suo ruolo, mentre noi paghiamo per essere colpiti a ripetizione dal nostro protettore.

Sotto questa angolatura non stupisce che durante il lockdown del 2020, in pieno panico per la pandemia, chi aveva bloccato l’invio di mascherine al Paese inizialmente più colpito fu l’alleata Francia34, Paese fondatore insieme all’Italia dell’Unione Europea, e chi invece inviò Mascherine e personale medico per igienizzare a sue spese i nostri ospedali e centri per anziani fu la Russia35. Tutto questo nel periodo più nero dell’emergenza sanitaria italiana durante la quale i nostri vicini ci guardavano morire negli ospedali e studiavano le contromisure per tutelare se stessi.

Torniamo a Rutte (un nome quasi onomatopeico visto i contenuti espressi, nomina consequentia rerum sunt). Il suo atteggiamento scodinzolante senza ritegno di fronte alle decisioni del presidente americano mostra quali siano i reali rapporti di forza in gioco: Mr. President, dear Donald, this is really big…» – esordisce Rutte accanto a Trump, durante il bilaterale alla Casa Bianca del 14 luglio 202536.

Riecheggiano sia le parole di Trump che quelle di Putin:

Il primo martedì 8 aprile 2025 in una serata a Washington, durante la cena di raccolta fondi del NRCC, Trump disse che i Paesi stavano «calling us up, kissing my ass… Please, please, sir, make a deal», cioè che lo avrebbero pregato per ottenere allentamenti sulle tariffe [non traduciamo fedelmente l’espressione più truce]. I media l’hanno ripreso il 9 aprile 202537.

In un’intervista a Pavel Zarubin TV di Stato russa, VGTRK pubblicata il 2 febbraio 2025 e ripresa il 3 febbraio, Vladimir Putin disse che i leader europei, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, «встанут у ноги хозяина и будут нежно помахивать хвостиком» – cioè “si siederanno ai piedi del padrone e scodinzoleranno dolcemente”. L’espressione fu ampiamente rilanciata dai media38.

Gli assetti mondiali mutano velocemente e, tolta l’asservita, vile, ipocrita Europa, il resto del mondo sta a più riprese restituendo al mittente minacce e ricatti. Il recente vertice in Alaska tra Trump e Putin al quale Europa, Nato e Ucraina non sono stati invitati e ai quali è stato negato di poter partecipare, dopo che si sono umiliati a chiederlo, lo dimostra chiaramente.

L’Occidente forse declina, ma i suoi sommi hanno deciso di immolare alla tirannia del tempo l’Europa canuta, la quale, ossequiosa, rende grazie e plaude.

Il secondo mandato di Donald Trump avrebbe dovuto abbracciare l’India39 per contenere la Cina (e tenere a distanza Mosca). Nella versione andata in scena, invece, Washington ha scelto un’altra trama: dazi generalizzati, minacce di sanzioni secondarie e prediche sulla lealtà. Risultato? Nuova Delhi non s’inchina: rivendica la propria autonomia, compra dove conviene, parla con chi serve – e guarda a Oriente con risoluto pragmatismo. il 27 agosto 2025 gli Stati Uniti hanno raddoppiato i dazi su molti prodotti indiani fino al 50%, legando la stretta alle importazioni indiane di petrolio russo. Nel mezzo, cinque round di negoziato finiti nel nulla e la prospettiva – poco diplomatica – di mettere all’angolo un partner-chiave proprio mentre si chiede all’India di bilanciare la Cina40. Il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ha risposto che l’India acquista dove trova prezzo e stabilità, e nessuno è costretto a comprare i suoi prodotti raffinati41. Per anni Washington ha incoraggiato la diversificazione delle catene del valore lontano dalla Cina; Apple ha risposto aumentando la produzione in India (fino a circa il 14% degli iPhone nel 2024) e accelerando le spedizioni verso gli USA proprio per schivare i nuovi dazi. Ma se poi si colpisce l’India con tariffe del 25% + 25% e si alza il muro al 50%, si manda in corto circuito la stessa strategia di friend-shoring42

Quanto alla Cina, la sua centralità manifatturiera non si liquida con un comunicato: ancora nel 2025 circa il 75% della produzione globale di iPhone è in Cina (contro circa il 18% in India), e oltre 200 fornitori dell’ecosistema Apple restano in territorio cinese. Sostituire Pechino in blocco più che una mossa, è una fantasia43.

Nel frattempo l’India cresce veloce e – soprattutto – serve beni critici al mercato statunitense: basti ricordare che circa il 40% dei farmaci generici e OTC usati dagli americani arriva dall’India. Mettere sovrattasse proprio lì, equivale a spararsi sui piedi e a presentare il conto direttamente ai cittadini USA44Il PIL indiano è in forte ascesa (nell’ultimo biennio compreso fra il 7-8% a prezzi costanti, secondo stime ufficiali) con una dimensione di circa 3,6-3,9 trilioni di dollari in valori correnti, a seconda dell’anno di riferimento e del metodo (WB/IMF). Non esattamente l’identikit di un’economia debole e ricattabile45.

Nel tentativo di rinforzare il perno anti-Cina, Washington rischia di staccarsi proprio dal partner che serviva di più. Le tariffe a pioggia e le ramanzine sulla fedeltà, che per gli USA significano sottomissione e accettazione di qualsiasi misura unilaterale, hanno prodotto due effetti prevedibili: spingere l’India a diversificare (verso Pechino e Mosca) e accelerare il multipolarismo che gli Stati Uniti temono tanto.

Vediamo quindi che le maggiori potenze e superpotenze del mondo, a cominciare da Russia Cina e India, non si piegano alle politiche ostili di Washington, mentre l’Europa, al massimo fa autocritica. Nel recente discorso sulla disoccupazione in Europa “Unemployment in the euro area“, Draghi invoca esplicitamente una politica mista (policy mix) che sostenga la domanda (non solo monetaria, ma anche fiscale, dove c’è spazio), per evitare gli effetti permanenti della disoccupazione. Al recente Meeting di Rimini il 22 agosto 2025 – Draghi apre così: “Per anni l’UE ha creduto che la dimensione economica… portasse potere geopolitico. Quest’anno sarà ricordato come quello in cui questa illusione è evaporata”46.

Non l’UE, verrebbe da osservare, ma gli eurocrati, o euroinomani [termine causticamente coniato dal filosofo Diego Fusaro] come Mario Draghi, i quali dal 2022 ci hanno ripetuto per tre anni che l’embargo petrolifero «è un successo… immaginare di essere uniti su circa il 90% del petrolio russo… fino a pochi giorni fa non sarebbe stato credibile»47.

Oppure quando ha detto che «Le sanzioni funzionano… alcune moltissimo. E continueranno finché l’Ucraina non avrà vinto la sua guerra di liberazione» in risposta alle obiezioni che non stessero incidendo48.

O, ancora nel 2022, quando ha ribadito che «Le sanzioni hanno avuto un effetto dirompente sulla macchina bellica russa»49.

Ma l’unica prolusione draghiana veramente sincera è più recente: «Non c’è alternativa per Stati Uniti, Europa e alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra» accettare una vittoria russa «infliggerebbe un colpo fatale all’UE»50.

Nessuno che abbia mai chiesto conto all’ex-Governatore della BCE, imposto come presidente del Consiglio in una sorta di governissimo per non andare alle elezioni dirette nel governo precedente giallorosso, di quelle formulazioni che oggi suonano deliranti. Tranne appunto il discorso al MIT di Boston 7 giugno 2023 sul fallimento dell’UE se l’Ucraina non avesse vinto questa guerra. Questa purtroppo è la reale posta in gioco. La guerra in corso in Ucraina non si compie tra Russia e Ucraina, ma tra USA, NATO, UE contro la Russia, per mezzo dei semper morituri ucraini.

È un conflitto vile, folle e suicida, perché punta all’escalation nucleare.

Se non fossero stati oscurati tutti i canali web e televisivi russi, si saprebbe che sempre più risolutamente in Russia si parla di utilizzo delle armi atomiche. Ciò che ci arriva dalla Reuters è una frazione non rappresentativa del tutto, come quando viene riportato che il 13 marzo 2024 Putin dice che la Russia è pronta sul piano tecnico e che considererebbe un’escalation significativa l’invio di truppe statunitensi sul teatro del conflitto; aggiunge che in Ucraina “finora non c’è stato bisogno” di armi nucleari51. In realtà a fronte delle minacce sempre più esplicite di interventismo soprattutto da parte di Regno Unito e Francia, nei canali russi si ventila un bisogno crescente di impiego di armi più potenti, anche a seguito dell’attacco ai velivoli strategici russi fino in profondità del suo territorio sul versante asiatico. Dopo Pearl Harbor gli USA colpirono a sangue freddo due città abitate solamente da civili giapponesi (quasi unicamente donne anziani e bambini) con il motto che serpeggiava tra militari e civili Remember Pearl Harbor… cosa aspetta dunque Mosca a reagire?

L’etnocentrismo di cui siamo vittima, impedisce di comprendere che il doppio standard non può essere accettato ulteriormente. Il Giappone di allora dovette inginocchiarsi per mai più rialzarsi, se non sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti, ma oggi siamo in un altro secolo e persino in un altro millennio, gli equilibri sono cambiati e la voce grossa non appartiene più solo ad una parte del mondo.

Giungiamo quindi ad una conclusione poco logica: in contrasto con le opinioni dei propri popoli, i governanti europei soffiano sul fuoco della guerra, come se non esistesse il pericolo di un conflitto mondiale. Washington ingaggia una guerra commerciale contro il mondo intero autoisolandosi pur mantenendo il pieno controllo sull’UE, alla quale non fa sconti.

All’interno dell’UE manca una linea politica comune, sia estera che interna. Vi sono Paesi che sfruttano altri, in un clima di concorrenza e parassitismo reciproco. Questa è la parte del Mondo che ritiene di essere superiore e fungere da modello per le altre potenze ed economie emergenti. In queste condizioni, crediamo di poter sconfiggere la Russia, che nel frattempo sta guadagnando fiducia e collaborazione con le maggiori potenze del continente asiatico; che gioca un ruolo centrale e sempre crescente in diversi Stati africani, e dialoga sempre più strettamente con Brasile (fondatore dei BRICS) e col Venezuela (che detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo e chiede di entrarvi, insieme a Bolivia e Nicaragua). Il Venezuela è stato oggetto di un’azione di polizia americana che ha sostanzialmente spostato sotto l’orbita statunitense quelle immense riserve petrolifere, ed ha fatto da mossa geostrategica per attaccare l’Iran e prevenire gli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz dopo l’attacco all’Iran. Guerra che al netto della propaganda occidentale non sembra seguire i piani neocon americani.

Un eventuale conflitto mondiale metterebbe fine alla vita umana sulla terra, per tanto i bellicisti europei si sentono sicuri di non poter assistere ad una reazione russa con armi atomiche, ma per testare il limite di sopportazione, fanno fare da bersaglio l’Ucraina, ecco perché non vogliono accettare alcuna soluzione diplomatica. Il cessate-il-fuoco temporaneo ovviamente servirebbe a rinsaldare le linee del fronte e riarmare gli ucraini per spingerli nuovamente al mattatoio.

Il conflitto diretto tra forze NATO e russe diventa sempre più probabile?

Come andrebbe a finire?

Il paragone tra la potenza militare russa e quella della NATO, dagli USA all’Ucraina, è schiacciante a favore dei russi.

Il solito Mark Rutte segretario generale NATO ha asserito che la Russia produce in tre mesi quanto la NATO in un anno, ovvero 4 volte la capacità dell’Alleanza. Stiamo parlando di un singolo Stato, contro 32 (appartenenti alla NATO contando gli ultimi ingressi di Finlandia e Svezia) [33 con l’Ucraina]. Lo stesso Stato per il quale le sanzioni sarebbero state dirompenti, come disse Draghi. In un confronto a blocchi mondiali immaginiamo che quello occidentale debba affrontare quantomeno Russia e Cina, vista la dichiarazione a inizio luglio 2025 di Wang Yi (Ministro degli Esteri) nonché Direttore dell’Ufficio della Commissione centrale per gli Affari esteri del Partito [il capo della diplomazia del PCC, dal 2023], secondo la quale la Cina non può permettere che la Russia perda la guerra, perché ciò sposterebbe tutta l’attenzione USA su Pechino52

Fuori dalla propaganda, quante possibilità avrebbe in questo scontro il blocco ovest? La centralità del dollaro può bastare?

A tal proposito, è opportuno chiedersi cosa sta accadendo al dollaro. Sembra che abbia perso circa l’11% nella prima metà del 2025 pur con tassi alti, potrebbe leggersi in controluce una perdita di credibilità più che un meccanico e semplice effetto tassi.

Quali sono le conseguenze? Se si registra un minore appeal dei titoli in dollari, si sperimenta una maggiore fragilità della bolla azionaria USA. Il maestoso debito USA (il più grande al mondo) impone anno per anno un rifinanziamento gigantesco. Il debito lordo supera i 37.000 miliardi di dollari, con interessi che superano 1,1 trilioni l’anno e scadenze ravvicinate che impongono grossi e impegnativi collocamenti.

Quali le soluzioni?

Una prima risposta è stata la strategia tariffaria dei dazi che avrebbe dovuto alzare gettito, ridurre import e forzare accordi bilaterali One-to-One con i singoli Stati, ma l’esempio indiano è emblematico di quanto non funzioni e produca effetti indesiderati, come il rafforzamento dei BRICS.

Un’altra via d’uscita è la strada intrapresa dalla proposta GENIUS (Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins) nell’agosto 2025, ovvero, l’idea di sostenere la domanda di Treasury anche via stablecoin con sottostante pubblico. Il Tesoro ha effettivamente avviato consultazioni sulla percorribilità di questa strada, restano dubbi sulla capacità del settore di assorbire volumi così grandi53.

L’aiuto più grande dovrebbe arrivare agli USA dalla già citata estrazione di rendite dall’UE per ben 750 miliardi di dollari nell’energia che deve essere acquistata dagli USA, più 600 miliardi previsti54.

Una vera e propria spremitura del vecchio continente a favore dello zio Sam.

La presente disamina potrebbe proseguire per molto ancora, ma la quaestio forse già dalle prime osservazioni sin qui abbozzate potrebbe essere: che fare?

La Bielorussia ponte tra est ed ovest

Per l’Italia, almeno, quale sarebbe la via d’uscita?

C’è un Paese a metà strada tra NATO e Russia, ora saldamente alleato alla Russia, ma che conserva caratteri propri, ed è la Bielorussia.

L’Italia si è distinta nel secolo scorso per aver incarnato un detto popolare inglese del diciottesimo secolo: se non puoi vincerli, unisciti a loro55, cambiando schieramento nelle due Guerre Mondiali56. Nelle attuali condizioni, in un contesto continentale europeo caratterizzato dalla competizione interna e dalla predazione reciproca di risorse, nell’alleanza internazionale ancor più decettiva, la NATO e la sudditanza verso gli USA, l’Italia è oggi ancora più vulnerabile in caso di conflitto contro la Russia, per effetto dei cosiddetti aiuti militari all’Ucraina che hanno svuotato le casse dello Stato e i magazzini di armamenti strategici nazionali. Lo smantellamento progressivo delle forze armate a cominciare dal numero di militari in attività (calando da 19 a 11 brigate dal 1995, anno in cui fu abolito il servizio militare obbligatorio), la penuria di mezzi e munizioni, ci vede particolarmente indifesi, come ammette lo stesso ministro competente.

L’Italia non solo non reggerebbe il confronto militare con la Russia, ma nemmeno contro la Bielorussia, e non solo per ragioni numeriche.

C’è qualcosa di più profondo e radicato nei rispettivi popoli, che rende asimmetrico il confronto. L’italiano medio, ma diciamo pure il cittadino europeo è abituato da ottant’anni ad una pace relativamente implicita, conducendo una vita immersa nel capitalismo più rassicurante. I suoi genitori, persino i suoi nonni, lo chiamano benessere. Il capitalismo europeo di stampo angloamericano ultimativamente coincide con il materialismo e l’individualismo.

Per una di quelle raffinate beffe del destino, l’eterogenesi dei fini ha seminato nel presente una collezione di paradossi di tutto rispetto. I popoli che più si sono affrancati da una lettura materialistica della storia nel secolo scorso, si ritrovano oggi a venerare un’unica divinità assoluta e possessiva: il dio-denaro. L’economia – pardon, la finanza – esercita la sua sovranità sulle istituzioni politiche proprio in quelle democrazie che a suo tempo si opposero al comunismo, il quale si reggeva su una concezione materialistica della storia: una Weltanschauung che avrebbe dovuto smascherare la “manipolazione religiosa delle coscienze” (marxianamente qualificata come oppio dei popoli), per produrre l’emancipazione economica liberando l’umanità dal giogo del capitale, riconoscendo il denaro come mezzo e mai come fine.

Settant’anni di comunismo sovietico hanno però prodotto un effetto collaterale non trascurabile: una diffusa, e al tempo stesso diffidente fame di benessere occidentale, dalla Berlino orientale fino alle rive dello stretto di Bering. Dall’altra parte del muro il paradiso promesso si è rivelato per noialtri un grande magazzino di oggetti consumistici prodotti in obsolescenza programmata, che hanno ammorbato per decenni fin nel profondo il cittadino del mondo libero. Nel 1989, con lo smantellamento di quel muro, smontato e abbattuto, non crollato come narra la vulgata antirussa, tutto è divenuto evidente. Gli slavi vedono come siamo ridotti, e cercano di distillare ciò che è accettabile, da ciò che inquina la morfologia antropologica degli occidentali.

Abbiamo a lungo coltivato l’idea che chi viveva sotto il comunismo appartenesse ad un’umanità minore: povera, sventurata, allevata da una cultura arretrata, capace soltanto di contemplare con bramosia, e un filo d’invidia, la nostra opulenta, presunta libertà. Curioso: mentre ci immaginavamo oggetto di desiderio, non ci accorgevamo d’essere diventati adepti, noi per primi, del più severo culto mondano, quello del consumo, schiavi dei piaceri momentanei e fugaci, colmi di bisogni inessenziali artificialmente creati per condannarci all’insoddisfazione profonda e all’irresistibile bisogno di colmare il vuoto interiore con l’accumulo di beni materiali, cibi OGM, farmaci progettati per indebolirci, soddisfazioni compensatorie che, in circolo vizioso perenne, ci rigettano nel bisogno di inseguire qualcos’altro. Dagli anni del boom economico, ridotti a devoti acquirenti – criceti persuasi di correre in piena autonomia – non vedevamo che la pista era una ruota, la ruota una gabbia, e che, per quanto ansimassimo, non ci spostavamo d’un passo.

Inutile ribadirlo: con diabolica perseveranza ricadiamo nel vecchio vizio dell’etnocentrismo. Ciò che un tempo ci faceva giudicare poveri e affamati gli abitanti dell’universo comunista, oggi lo esibiamo come un punto di forza. Per generazioni – soprattutto dopo il 1968 – abbiamo elevato la trasgressione a metrica della libertà individuale: la diffusione delle droghe tra i giovani, la ribellione alla famiglia, alla società e alle istituzioni come distintivo d’eccellenza, prova provata della superiorità morale dell’Occidente sui totalitarismi tanto condannati (URSS e Cina in primis).

Nel frattempo, si è compiuta l’adolescenzializzazione dell’Occidente: anticipiamo l’età della sperimentazione – uso e abuso di sostanze stupefacenti incluse – e rinviamo sine die l’età della ragione, quella in cui si mette su famiglia e si restituisce alla comunità, almeno una parte di ciò che si è ricevuto. Sempre più spesso questo momento arriva quando oramai non siamo più in grando di generare, e più che età della ragione, si manifesta quella della rassegnazione, in cui ci limitiamo a dare buoni consigli, perché troppo vecchi per i pessimi esempi che hanno caratterizzato il nostro agire.

L’individualismo tardo-moderno ha ristretto l’orizzonte dell’io alla manutenzione dei propri bisogni, alla coltivazione dei desideri e al prolungamento indefinito della capacità di godersi la vita, che non sentiamo veramente dentro di noi, e che cerchiamo di riempire convincendo gli altri che ci stiamo divertendo scattando selfie compulsivi per ogni banalità. Nell’acefala ricerca di ammirazione e invidia, si riassume lo spirito del tempo odierno alle nostre latitudini.

E’ così da decenni, e mentre l’uomo medio occidentale sprofondava negli scorsi decenni in un certo lassismo esistenziale, il cittadino della collettività social-comunista continuava a chiamare le droghe senza fronzoli narcotik: narcotici, strumenti per addormentare la coscienza. In quel contesto, l’essere fuori di sé era ed è ancora oggi stigma, non medaglia; non un titolo di merito da esibire per ottenere il lasciapassare nella tribù adolescenziale tramite l’abbraccio conformista del gruppo o della compagnia.

Lo scrivente ha avuto la possibilità di visitare la Bielorussia più volte nell’ultimo decennio, e l’osservazione di quella parte d’Europa, è stata decisamente istruttiva nel disvelare per comparazione la nostra.

In Bielorussia ancora oggi i parchi delle città non chiudono di notte, non sono recintati, per il fatto che non diventano luoghi di spaccio e di consumo di droghe, rapine, furti e aggressioni. Le panchine spesso non hanno schienali, persino nelle abitazioni private capita sovente di vedere sgabelli senza schienale attorno al tavolo della cucina: si impara sin da piccoli a tener la schiena dritta.

Ogni bielorusso che si rispetti conosce le tecniche di coltivazione dell’orto, il servizio militare è obbligatorio e si serve lo Stato con orgoglio, la figura del militare è motivo di rispetto sociale.

Passeggiando per le città nel mese di agosto si vedono ragazzini e ragazzine minorenni dediti alla manutenzione delle strade, indossando le pettorine catarifrangenti, lavori socialmente utili per i quali percepiscono una piccola paga. Prima di acquisire pieni diritti, si impara a servire la cosa pubblica. Prima di diventare responsabili, ovvero di rispondere delle proprie azioni una volta maggiorenni, si impara a ponderare la res pubblica, ovvero a dare il giusto peso alle cose, come la radice latina della parola res-ponsabilità racchiude (abilità di dar peso alla cosa).

Non è raro osservare bimbi di neanche dieci anni che percorrono da soli i viali, raggiungono la gelateria, giocano in libertà e fanno ritorno a casa senza scorta: comportamenti che nelle nostre città sarebbero immediatamente interpretati come segni di abbandono, tanto sono gravi i timori per i pericoli cui i minori sarebbero esposti.

Lo Stato bielorusso, d’altro canto, provvede con misure concrete alla stabilità delle famiglie: l’assegnazione dell’alloggio a chi si trova sotto una determinata soglia di reddito a partire dalla nascita del quarto figlio è un segnale tangibile di politica familiare proattiva, e spiega l’abbondante presenza, nelle strade, di nuclei con due o più figli e di madri in gravidanza.

Mentre da noi si discute di caro-affitti e di oneri finanziari per accedere all’università, in Bielorussia l’istruzione superiore rimane, nella prassi, accessibile senza tasse d’iscrizione – un fatto tanto più rilevante se si considera che si tratta di un Paese il cui prodotto interno lordo è una frazione di quello italiano.

Le genti guardano con scetticismo al dogma green europeo, notano che le imposizioni ambientali producono costi industriali e controproducenti effetti sociali: in Bielorussia l’uso dell’autovettura è calibrato sulla durata e sull’efficienza reale del mezzo, non sulla necessità di rottamare veicoli perfettamente funzionanti, per sostituirli con batterie la cui estrazione, produzione e smaltimento sollevano questioni ambientali ed economiche non meno rilevanti di quelle che dovrebbero risolvere.

Infine, sul piano della sovranità economica e monetaria, si rileva un netto contrasto di prassi: là un capo di Stato eletto, intrattiene rapporti diretti con la banca centrale e orienta le linee di politica monetaria; qui, nell’area dell’euro, decisioni di grande portata vengono formulate da un’istituzione sovranazionale priva di mandato elettorale diretto, la cui influenza si estende anche alle scelte politiche interne degli Stati membri senza contraddittorio. La Bielorussia non conosce una BCE che le impone di spendere parte sempre crescente del proprio capitale nazionale per comprare il consenso di altri Paesi che entrino in una Unione bancaria, e le impongano poi di ricostruire l’Ucraina. Tantomeno è soggetta a direttive straniere sulla conversione del reparto produttivo, per esempio dell’automobile alla svolta green, che produce chiusure epidemiche dei maggiori stabilimenti come succede in Germania per Audi e Volkswagen. La Bielorussia non subisce la concorrenza di Paesi alleati sulla produzione agricola come l’Italia da parte della Polonia, con tutti i benefici che vanno a quel Paese a spese del nostro.

La Bielorussia ha offerto rifugio ai profughi ucraini in misura non inferiore all’Italia; nondimeno non consente al loro presidente di divulgare un elenco diffamatorio dei presunti putiniani, atto che esporrebbe le libere coscienze a vessazioni e ritorsioni nell’ambito del proprio Paese per il solo esercizio del diritto di critica – come invece accade per volontà di Zelensky57Profughi accolti, rifocillati e messi in condizione di lavorare: l’UNHCR segnala decine di migliaia di persone (rifugiati/ richiedenti protezione) presenti in Bielorussia e indica che il lavoro locale mira anche a «promuovere l’integrazione attraverso l’accesso all’istruzione e all’occupazione»58

Analisi operative ACAPS59 e rapporti IOM descrivono la presenza di sfollati ucraini in Bielorussia e riportano il programma di accesso a servizi e mercato del lavoro. chi si è rifiutato di ricambiare l’accoglienza con la disponibilità a contribuire al bene comune, ha rischiato l’espulsione.

Rapporti ufficiali e del Dipartimento di Stato USA documentano60, ad esempio, iniziative quali concessioni accelerate di cittadinanza a un certo numero di cittadini ucraini che si sono spostati in Bielorussia.

Si obietterà che in Bielorussia viga la repressione contro chi critica il potere, mentre da noi regnerebbe la libertà di parola; con l’ipocrisia che ci contraddistingue, sosteniamo questa tesi nonostante il principale quotidiano nazionale abbia pubblicato in prima pagina le fotografie segnaletiche di pensatori indipendenti, etichettandoli quali appartenenti a una supposta rete putiniana e presentando l’accusa come fondata e avvalorata dai servizi di intelligence (che poi negò risolutamente)61.

Di fronte a questi contrasti concreti – sociali, economici e istituzionali – è lecito chiedersi quale criterio di giudizio motivi la nostra presunzione di superiorità e se non sarebbe opportuno riesaminare con più serenità e meno pregiudizio i benefici che certe politiche, anche in Paesi meno ricchi, sono in grado di offrire alle famiglie.

Viziati dall’errore etnocentrista, abbiamo la persuasa e ferma convinzione che da noi regni la democrazia perché si va periodicamente a votare per governi apparentemente diversi, sul modello americano dell’alternanza repubblicani-democratici, quando il 17 settembre 2007 lo studente Andrew Meyer solo per aver chiesto a John Kerry se fosse membro della Skull and Bones, società segreta a cui apparteneva anche Bush, candidato repubblicano che poi vinse, venne fatto allontanare dalla sicurezza, arrestato e infine stordito con un taser; la sua esclamazione «Don’t tase me, bro!» divenne virale62.

Saremmo dunque politicamente e moralmente superiori alla Bielorussia, perché da noi si possono servire gli stessi poteri occulti tra i due maggiori antagonisti alla carica più potente del mondo, a patto che non lo si dica in pubblico?

Dopo decenni di progressivo scivolamento lungo questa direttrice, l’Unione Europea sembra oggi impegnata nella costruzione di apparati normativi e dispositivi politico-amministrativi che hanno già consentito, nei fatti, di limitare e neutralizzare l’informazione non allineata. In tale contesto si collocano casi emblematici che sollevano interrogativi profondi sullo stato delle libertà fondamentali nello spazio europeo.

Un giornalista tedesco ha riferito di essere stato colpito da misure sanzionatorie particolarmente afflittive – tra cui il congelamento dei conti bancari e il divieto di viaggio – a seguito della sua attività di copertura di proteste e temi controversi, sotto la generica accusa di presunti “collegamenti con l’influenza russa”63. Un caso che, secondo diversi osservatori, segnala un preoccupante slittamento dall’ambito della tutela della sicurezza a quello del controllo del discorso pubblico.

Ancora più significativo è il caso di Jacques Baud, ex ufficiale dell’intelligence svizzera, con un lungo curriculum in strutture multilaterali occidentali. In base al regolamento dell’Unione Europea del 15 dicembre 2025, Baud è stato inserito nella lista delle persone soggette a sanzioni, con la motivazione di essere un ospite ricorrente di programmi radiotelevisivi ritenuti filorussi, di agire come presunto “veicolo di propaganda pro-russa”64 e di aver diffuso interpretazioni della guerra in Ucraina giudicate false o parziali, tra cui l’ipotesi che l’invasione russa sia stata in parte strumentalizzata da Kiev nel contesto del processo di avvicinamento alla NATO65.

Naturalmente si evita l’approfondimento di quelle posizioni e la consultazione delle fonti, come la testimonianza di un’intervista del 2019 di Oleksiy Arestovych, all’epoca consigliere di Zelenskyj, in cui prevedeva l’inevitabilità di un conflitto su larga scala con la Russia e collegava questa prospettiva alla posizione dell’Ucraina rispetto alla NATO66: la guerra contro la Russia sarebbe stato il prezzo da pagare per entrare nella NATO, che nel sostenere l’Ucraina l’avrebbe inglobata dapprima di fatto e in seguito di diritto.

Per aver sostenuto queste tesi [casualmente confermate dai fatti storici], l’Unione Europea ha sottoposto Baud al regime sanzionatorio noto come RUSDA, che comporta il congelamento dei beni, il divieto di ingresso e transito sul territorio dell’Unione, nonché il divieto per cittadini e imprese europee di fornirgli risorse economiche o finanziarie. Diverse fonti giornalistiche hanno confermato l’inserimento del suo nome nelle liste ufficiali, attribuendo la decisione alla diffusione di narrazioni considerate favorevoli alla Russia e potenzialmente destabilizzanti.

Ciò che rende il caso particolarmente controverso è la natura esclusivamente politica della procedura. Baud – studioso e militare che ha ricoperto incarichi di rilievo e che ha operato anche in programmi NATO in Ucraina nel decennio successivo al 2014 – è stato di fatto messo al bando nello spazio europeo per aver espresso una posizione critica e disallineata rispetto alla narrativa bellicista dominante, senza essere sottoposto ad alcun processo, né messo nelle condizioni di difendersi davanti a un tribunale indipendente67.

La decisione è stata assunta dal Consiglio dell’Unione Europea, un organo eminentemente politico, non eletto direttamente dai cittadini europei, dotato di potere legislativo e quindi gerarchicamente sovraordinato al Parlamento europeo. Un organismo che, insieme alla Commissione, legifera autodefinendosi democratico pur in assenza di una legittimazione fondata sul voto diretto dei popoli, che subiscono le conseguenze delle sue decisioni. In tal modo, un individuo – peraltro cittadino di uno Stato terzo come la Svizzera – viene privato delle libertà individuali più elementari e condannato a una sorta di morte economica e civile, esclusivamente in ragione delle sue opinioni. Da una parte uno specchiato alto ufficiale analista e dirigente internazionale, dall’altra Kaja Kallas che firma quel documento, alta rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza e vice-presidente della commissione europea, che ha recentemente dimostrato di non sapere nemmeno chi abbia vinto la seconda guerra mondiale, commentando le celebrazioni cinesi per l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, durante le quali Russia, Cina e altri Paesi hanno ricordato la loro partecipazione alla vittoria contro il nazifascismo68.

Non un tribunale, dunque, ma un ristretto consesso politico esercita un potere assolutistico, unilaterale e discrezionale, in aperta contraddizione con qualsiasi principio montesquieano di separazione dei poteri. È questo assetto di potere che prepara il terreno a un futuro di escalation militare, nel quale le nuove generazioni europee potrebbero essere chiamate a combattere? Come affermato dal Segretario generale della NATO, Mark Rutte, in un discorso tenuto a Berlino l’11 dicembre 2025, l’Europa dovrebbe infatti prepararsi a un conflitto di portata analoga a quello vissuto dai nostri nonni o bisnonni, qualora intenda contrastare una possibile aggressione russa69.

Condanniamo senza processo chi propone (con competenza) una lettura alternativa alla narrazione perdurante, e dovremmo dare lezioni di democrazia alla Bielorussia? Per di più ospitando suoi oppositori non immuni da sospetti di corruzione, e ciò dovrebbe dimostrare la nostra adesione alla libertà di parola e di pensiero? Facile farlo quando si tratta di nemici dei nostri nemici.

Un altro esempio potrebbe essere rappresentato dal caso di Juliane Assange, perseguito per decenni in modo disumano per aver pubblicato informazioni riservate che esponevano crimini di guerra e abusi, ossia per un lavoro giornalistico considerato scomodo dai governi coinvolti, o il più recente caso di Gabriele Nunziati licenziato per una domanda ritenuta inappropriata riguardo al macroscopico doppio standard UE tra Russia-Ucraina e Israele-Gaza dimostrano che siamo colpevoli delle accuse che rivolgiamo altrui. Il 13 ottobre 2025, Nunziati, collaboratore dell’agenzia italiana Agenzia Nova, durante una conferenza stampa della Commissione Europea, ha rivolto alla portavoce Paula Pinho una domanda in questi termini:

«Voi dite che la Russia dovrà pagare la ricostruzione dell’Ucraina. Allora, dato che Israele ha distrutto gran parte di Gaza (o della sua infrastruttura civile), non dovrebbe pagare per la sua ricostruzione?»70

La risposta della portavoce è stata: «È una domanda interessante, ma su cui non desidero commentare al momento» [non avrebbe dovuto commentare, bensì rispondere, possibilmente in modo credibile].

Qualche settimana dopo (circa fine ottobre 2025) l’Agenzia Nova ha comunicato la conclusione della collaborazione con Nunziati

La libertà di cui tanto ci fregiamo è nominale più che reale, istituzioni e nazioni estere sono in grado di esercitare pressioni e controllare la circolazione delle informazioni imporre letture pregiudiziali all’intera Europa.

Non risulta che il presidente della Bielorussia abbia mai preso ordini dal Fondo Monetario Internazionale, o dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, con i loro giganteschi problemi di conflitto di interessi, anzi ne ha denunciato pubblicamente il tentativo di corruzione71

Sì, è vero, ci sono oppositori al presidente ora in esilio, come la Tsikhanouskaya che vive in Lituania, ma si tratta davvero di una vittima, o di uno dei tanti volti delle operazioni di ingerenza nei Paesi invisi da parte di George Soros e le sue multimiliardarie fondazioni, visto che si incontrano regolarmente e nemmeno in segreto?72

La Bielorussia ha subito nel 2022 una contrazione del PIL di -4.7% a causa delle sanzioni occidentali perché vicina alla Russia73 e per aver prestato supporto logistico alle truppe del Cremlino contro l’Ucraina soprattutto all’inizio dell’anno, per poi segnare +3.9% nel 2023 e +4.0% nel 202474 senza la riabilitazione dell’Occidente. L’Italia che ha sempre obbedito ai diktat americani, da qualsiasi parte politica provenissero, si sta avvicinando alla crescita zero, e non è nemmeno la peggiore d’Europa, con Francia e Spagna in recessione crescente.

Chi non conosce dall’interno la situazione del Paese, lo definisce uno Stato-satellite della Russia, o una sua brutta copia, quando in realtà è piuttosto vero il contrario. Chiedete a un russo com’è il cibo della Bielorussia, vi dirà che è il non-puls-ultra. Carne derivante da animali allevati a contatto con la terra, orti ovunque, boschi che sembrano entrare nelle città, orsi, volpi e lupi al di fuori di esse.

In Bielorussia la morfologia urbana non risulta inospitale nei confronti dei minori. Le città sono concepite a misura di bambino, anche in considerazione del fatto che le famiglie tendono a essere numerose, complice un sistema di welfare non assimilabile a quello occidentale e politiche statali orientate all’incentivazione della crescita demografica. Il congedo di maternità retribuito ha una durata triennale e l’istruzione è garantita gratuitamente fino all’università, inclusa la fornitura dei libri di testo.

Lo stile educativo riflette la storia di un popolo avvezzo, e in larga misura plasmato, dalla frugalità del passato: i genitori, nel rapporto con i figli, non rinunciano al proprio ruolo formativo né si pongono come semplici amici, ma si assumono la responsabilità di preparare la prole alla vita adulta.

Il rispetto per gli anziani costituisce un principio educativo fondamentale, trasmesso in primo luogo nell’ambito familiare e successivamente rafforzato in quello scolastico, ove la figura del docente conserva un’autorevolezza non scalfita da comportamenti vessatori o atteggiamenti di delegittimazione da parte dei discenti. I genitori non sono gravati dall’obbligo giuridico di mantenere un figlio oltre il raggiungimento della maggiore età qualora questi adotti condotte autodistruttive o gravemente lesive nei confronti dei propri familiari; analogamente, le segnalazioni da parte del corpo docente relative a comportamenti antisociali non restano prive di conseguenze.

È diffuso un solido senso del dovere civico, del decoro nello spazio pubblico e del rispetto delle norme di convivenza, valori interiorizzati sin dall’infanzia. Il cittadino bielorusso tende a preservare il proprio decoro e la propria dignità personale lungo l’intero arco dell’esistenza.

Processi quali la decadenza dei costumi, il dissolvimento delle convenzioni sociali e il sovvertimento delle gerarchie valoriali che, in ampi settori dell’Occidente, hanno condotto a una normalizzazione – se non a una celebrazione – di comportamenti trasgressivi, come l’ostentazione dell’abuso di alcol o di sostanze stupefacenti, non hanno trovato analogo compimento in Bielorussia né, più in generale, nei Paesi situati oltre l’ex cortina di ferro. In quegli stessi anni in cui i miti giovanili occidentali si trasformavano nei protagonisti della beat generation e della stagione di Woodstock, fino ai loro epigoni contemporanei, autori di produzioni musicali che talora giungono a legittimare esplicitamente la violenza, l’abuso e la commissione di reati, tali derive culturali non hanno attecchito in modo significativo nel contesto bielorusso.

Persino la produzione di cartoni animati si colloca su un piano pedagogico di segno opposto. Nei contesti occidentali non è infrequente imbattersi in canali televisivi che trasmettono contenuti poco appropriati per un pubblico minorile, caratterizzati da immagini e narrazioni spesso diseducative, strutturate in trame prive di una morale sottesa o di una reale funzione trasmissiva di conoscenza. In tali casi, i minori vengono prevalentemente intrattenuti davanti allo schermo, piuttosto che formati sul piano etico e cognitivo.

Per una sorta di eterogenesi dei fini, decenni di socialcomunismo sovietico – orientato alla formazione delle coscienze anche attraverso i prodotti culturali destinati all’infanzia – hanno lasciato in eredità una tradizione di animazione russa, e dunque anche bielorussa, che conserva un marcato carattere pedagogico. In questi prodotti narrativi le vicende dei protagonisti si risolvono positivamente attraverso l’incarnazione di valori quali il coraggio, la tutela dei più deboli e il rispetto dell’autorità e dell’onorabilità genitoriale, configurando così un immaginario educativo esplicitamente edificante.

In termini rigorosamente teorici, occorre ribadire che non esiste un intrattenimento pedagogicamente neutro: ogni dispositivo simbolico esercita inevitabilmente una funzione formativa o deformativa. Come osserva Neil Postman, i media non si limitano a veicolare contenuti, ma impongono una forma del pensiero, un’epistemologia implicita che plasma il modo stesso in cui una società apprende, discerne e attribuisce valore (Amusing Ourselves to Death). In questa prospettiva, il progressivo lassismo dei costumi che ha caratterizzato i contenuti televisivi occidentali dal secondo dopoguerra a oggi appare inseparabile dal deterioramento del linguaggio e dalla semplificazione forzata dei codici espressivi.

Tale regressione linguistica, visibile nella pervasiva adozione di anglismi e nell’abbandono delle forme allocutive formali – come il “Lei” e il “Voi” – a favore di un “tu” generalizzato e orizzontale, può essere letta, in termini bourdieusiani, come una trasformazione dell’habitus comunicativo, indotta dalla progressiva colonizzazione dello spazio simbolico da parte delle logiche del mercato (La domination masculine; Ce que parler veut dire). La perdita delle distinzioni di registro non rappresenta una conquista egalitaria, bensì una semplificazione impoverente che riduce la capacità di articolare relazioni sociali complesse e di riconoscere l’autorità, la competenza e il ruolo.

Parallelamente, come ha mostrato Guy Debord, la società dello spettacolo non si limita a intrattenere, ma produce una forma di alienazione in cui la rappresentazione prende il posto dell’esperienza vissuta, e il linguaggio si riduce a strumento di consumo immediato (La société du spectacle). In questo quadro, il marketing – assurto a principio ordinatore dell’immaginario collettivo nel capitalismo occidentale di matrice angloamericana – impone un imperativo di semplificazione permanente, che non mira alla chiarezza razionale, bensì alla massima fruibilità passiva.

Il noto precetto, spesso attribuito a David Ogilvy75, secondo cui occorrerebbe rivolgersi al pubblico come se avesse undici anni, diviene così non un mero espediente comunicativo, ma una vera e propria norma antropologica implicita: la riduzione sistematica del destinatario a una condizione cognitiva preadolescenziale. Tale paradigma, lungi dal facilitare l’accesso al sapere, contribuisce a una progressiva de-intellettualizzazione dello spazio pubblico, confermando l’intuizione di Postman secondo cui l’intrattenimento, quando diventa la forma dominante del discorso pubblico, finisce per dissolvere la capacità stessa di pensare criticamente76. Secondo questo studioso la forma dell’intrattenimento dissolve il pensiero critico, non per censura, ma per infantilizzazione cognitiva77: “Il problema non è che la televisione ci presenti contenuti di intrattenimento, bensì che ogni contenuto venga presentato come intrattenimento”78

La regolazione dell’accesso alla cittadinanza costituisce un osservatorio privilegiato per cogliere le profonde divergenze antropologiche e pedagogiche che separano l’Occidente contemporaneo da Paesi quali la Bielorussia e la Federazione Russa. Nel caso italiano, la cittadinanza tende sempre più a configurarsi come l’esito di un procedimento eminentemente amministrativo, nel quale il trascorrere del tempo e la regolarità documentale sembrano assolvere, implicitamente, a una funzione formativa ritenuta sufficiente. La conoscenza effettiva della lingua, della storia nazionale o dei fondamenti dell’ordinamento giuridico appare così relegata a elemento secondario, come se l’appartenenza civica potesse maturare per semplice osmosi territoriale o per accumulazione di certificazioni.

Nei sistemi russo e bielorusso, al contrario, l’ottenimento della cittadinanza è subordinato – nella sua forma ordinaria – a verifiche di competenza linguistica e, nel caso russo, anche a prove di conoscenza storica e giuridica di base. Tale impianto normativo riflette una concezione sostanziale della cittadinanza, intesa non come diritto automatico slegato da un percorso formativo, bensì come riconoscimento finale di un’adesione consapevole a una comunità storica, culturale e normativa determinata. La cittadinanza, in questa prospettiva, non inaugura l’appartenenza, ma la ratifica.

Inoltre, a differenza del caso italiano, per ottenere la cittadinanza russa tramite naturalizzazione ordinaria è generalmente richiesto che il richiedente non abbia condanne penali rilevanti: una storia giudiziaria pulita è una condizione esplicita per l’idoneità all’accesso alla cittadinanza. Ciò significa che una condanna penale, soprattutto per gravi reati, può impedire l’ottenimento della cittadinanza.

L’esame di lingua e di cultura civica non svolge una funzione meramente selettiva, bensì eminentemente pedagogica: esso presuppone che il futuro cittadino sia in grado di comprendere il linguaggio pubblico, di orientarsi nel quadro simbolico e normativo dello Stato e di riconoscere le regole fondamentali della convivenza civile. Un presupposto che, nel contesto occidentale, appare talvolta sorprendentemente esigente, se non addirittura superfluo, alla luce di una concezione sempre più deresponsabilizzata dell’integrazione.

Tale differenza si iscrive coerentemente nello stesso orizzonte culturale che governa l’educazione e l’intrattenimento. Là dove i sistemi mediatici occidentali tendono a ridurre il linguaggio pubblico a forma di intrattenimento semplificato, parlando allo spettatore come a un soggetto permanentemente minorenne, il modello russo-bielorusso continua a presupporre un destinatario da formare, non semplicemente da intrattenere. Analogamente, mentre l’Occidente tende a concepire la cittadinanza come un automatismo giuridico privo di una reale soglia cognitiva, tali sistemi mantengono l’idea che l’accesso pieno alla comunità politica debba essere preceduto da una dimostrazione di competenza e di maturità civica.

In conclusione, pedagogia, media e cittadinanza appaiono come ambiti distinti solo in apparenza: essi concorrono, in realtà, a delineare un medesimo modello antropologico. Da un lato, un paradigma che semplifica il linguaggio, neutralizza l’intrattenimento e automatizza l’appartenenza, riducendo progressivamente le aspettative formative nei confronti dell’individuo; dall’altro, un modello che continua a considerare l’educazione, la comunicazione pubblica e la cittadinanza come processi esigenti, fondati sull’apprendimento, sulla responsabilità e sulla consapevolezza. In tale prospettiva comparativa, il diverso valore attribuito alla cittadinanza non è che il riflesso finale di una più ampia concezione della formazione dell’uomo e del cittadino.

In conseguenza della semplificazione impoverente del linguaggio, dell’intrattenimento e persino della formazione culturale in corso è il progressivo affievolimento delle capacità critiche della popolazioni occidentali e la loro crescente manipolabilità.

In questo contesto i rischi per un’escalation sono sempre più seri, soprattutto per i popoli europei che per primi, dopo quelli ucraino e russo, risentono dell’impatto che ha il conflitto in corso.

Sempre più increduli, russi e bielorussi si chiedono se davvero i nostri alti dirigenti soppesino le parole quando minacciano Mosca, come avrebbe detto secondo Reuters Cavo Dragone, attuale Presidente del Comitato Militare della NATO al Financial Times, secondo il quale l’Alleanza potrebbe considerare opzioni di attacco preventivo (pre-emptive strike) come possibile risposta alla hybrid warfare russa, seppur presentando questa eventualità come parte di un’analisi di difesa, non come una decisione imminente di guerra. I continui annunci di una guerra contro la federazione russa per il 2029-2030, e la necessità di riarmarci per arrivare a quella data in condizioni di fronteggiare il nemico, altro non sono che pre-dichiarazioni di guerra e ammissioni d’impotenza nel contempo. Affermazioni definite irresponsabili e provocatorie dal Cremlino, sostenendo che implicano la disponibilità della NATO ad attaccare per prima la Russia79.

Naturalmente i nostri giornali descrivono come minacce infondate le parole dei russi in risposta alle affermazioni dei nostri alti dirigenti come quelle dell’ammiraglio Dragoni, ma a ben vedere, in tempi di guerra, dichiarare la propria impreparazione a fronteggiare un conflitto prima di una certa data (2030), è anche più di una provocazione. Dal punto di vista interno, è persino un atto di tradimento, dal momento che si informa colui che si ritiene essere il nemico, della sensatezza di anticipare quel conflitto per non darci il tempo di equipaggiarci. Ancora una volta, la cosiddetta Europa si fa del male da sé, fornendo più di un pretesto per venir attaccata.

Qual è la maggiore differenza tra UE e le superpotenze USA Cina Russia e India da quanto abbiamo visto sulle tariffe americane? Gli unici a remare contro i propri interessi sono gli europei. Altrettanto si dica per il decreto green, o per l’entrata dell’Ucraina in Unione Europea. L’unico organismo politico mondiale che fa gli interessi di tutti gli stati esteri tranne che quelli dei suoi rappresentati, è l’Unione Europea. Anzi, lavora per la propria estinzione interna: demografica, valoriale, culturale, economica, giuridica e, infine, sul piano della sicurezza.

E se avesse ragione proprio Jacques Baud? Se la guerra fosse davvero la conseguenza dell’estremo tentativo di espansione della NATO verso la Russia? L’andamento attuale del conflitto starebbe segnando il fallimento anche di questo progetto geopolitico, con la nuova amministrazione USA che sembra sempre più accettare la richiesta russa di garantire anche in futuro la neutralità dell’Ucraina e la sua estraneità alla NATO. Il nuovo orientamento USA allarma le amministrazioni europee, che varano il prossimo indebitamento per 90 miliardi di nuovo finanziamento dell’Ucraina non perché venga ricostruita, bensì perché prosegua la guerra. A ben vedere qui si dipana una risposta non soltanto contro la Russia, ma anche contro gli Stai Uniti, che dall’elezione di Trump tentano di trovare accordi di Pace. Ovvero l’UE si muove in direzione contraria rispetto a quella americana, investendo 90 miliardi e coinvolgendo quindi i popoli europei direttamente ad aver interesse che la Russia sia sconfitta, non che sia ristabilita la pace.

Investire quella cifra in armamenti sulla potenza soccombente, nel momento in cui il resto del mondo cerca di costruire la pace, significa esporrei popoli vittime di questo esproprio finanziari più di quanto si fece sotto l’egida di Biden, al rischio innanzitutto di ritorsioni da parte della potenza prevaricante, e in secondo luogo all’alta probabilità di rientrare in alcun modo di quegli esborsi, a differenza di quanto hanno fatto gli USA di Trump.

Se tracciamo le conseguenze dell’operato attuale europeo, non c’è che un’inevitabile conseguenza: il coinvolgimento diretto nella guerra russo-ucraina delle forze militari europee, con tanto di scarponi sul terreno. Azioni politiche, dichiarazioni pubbliche, azioni economiche e finanziamenti diretti portano coralmente allo sbocco del confronto militare diretto contro la Russia che, non essendo stata sconfitta dalle armi occidentali sulla carne viva degli ucraini, a breve dovrà vedersela anche con gli eserciti europei.

Grazie a questo esito i governanti europei si illudono di non perdere il proprio potere politico, un po’ come succede per l’attuale presidente ucraino che ha abolito le elezioni politiche sine die per via del conflitto. La recessione dell’eurozona ora solamente all’inizio, non può che dilagare dal momento che si destineranno migliaia di miliardi al riarmo e al conflitto in corso, per poterlo tenere in vita. Con il suo emergere, il malcontento verrà spento con la legge marziale se sarà necessario, esattamente come accade ora in Ucraina, con liste di proscrizione che vediamo già pubblicate dal consiglio europeo. Con la giustificazione dell’adozione di un’economia di guerra, la già critica situazione della sanità in Italia, per esempio, pur sprofondando, non farà alcun rumore, e così la formazione scolastica e le altre voci di uno Stato di diritto.

Superiorità democratica occidentale o ipocrisia?

Siamo forse giunti a indovinare una ragione dell’autolesionista volontà politica europea: distruggere la prosperità come prezzo per non dover abdicare, o, come disse Draghi nel testo sopra citato, accettare una vittoria russa «infliggerebbe un colpo fatale all’UE».

Potrebbe esserci un’ulteriore ragione più profonda, ad essa collegata. Globalizzazione versus politiche nazionali.

La cifra forse più distintiva della politica trumpiana, sin dalla sua ultima campagna elettorale, risiede nel deliberato e non più dissimulato collocamento dell’interesse nazionale statunitense quale criterio sovraordinato di ogni decisione, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. In tal senso, si è assistito a una transizione semantica e sostanziale: da una politica genericamente occidentale a una politica dichiaratamente e rigorosamente americana. Non che l’atteggiamento precedente fosse improntato a particolare benevolenza nei confronti dell’Europa; tuttavia, ciò che muta è la franchezza con cui oggi tale primato viene affermato apertis verbis, senza più il velo retorico del multilateralismo.

In parallelo, i movimenti politici apertamente critici nei confronti dell’Unione Europea – in Germania, Francia, Romania, Ungheria e persino nella Gran Bretagna ormai fuoriuscita dall’alveo comunitario – sembrano muoversi lungo la medesima direttrice concettuale: il recupero dell’interesse nazionale come bussola primaria dell’azione politica. L’Unione Europea, per contro, appare impegnata nel perseguimento di un obiettivo differente e spesso divergente dagli interessi delle singole nazioni, ossia l’approfondimento del processo di globalizzazione, un paradigma che nel secolo scorso veniva presentato come destino ineluttabile della storia e che oggi, non senza ironia, manifesta evidenti segni di affanno strutturale.

Tra le molteplici organizzazioni che hanno incarnato – e tuttora incarnano – l’orizzonte globalista, ve n’è una che spicca per opacità e invisibilità, anche grazie a una singolare quanto costante disattenzione dei media mainstream: il Club Bilderberg. A titolo di curiosità, ma non priva di rilievo analitico, va ricordato che da circa un anno il presidente del comitato direttivo porta il nome di Stoltenberg80.

Non si tratta, come facilmente intuibile, di una mera omonimia. Jens Stoltenberg, economista e politico norvegese, ha ricoperto l’incarico di segretario generale della NATO dal 1° ottobre 2014 al 1° ottobre 2024 e ha dichiarato pubblicamente di aver rifiutato le richieste russe volte a scongiurare l’invasione dell’Ucraina mediante un impegno formale a non espandere ulteriormente l’Alleanza Atlantica verso est:

“Nell’autunno del 2021, il presidente russo Vladimir Putin ci inviò una bozza di trattato: voleva che la Nato firmasse l’impegno a non allargarsi più. Naturalmente non lo abbiamo firmato”81.

Ne consegue che l’interpretazione secondo cui l’attuale conflitto sia almeno in parte riconducibile all’espansione della NATO fino a lambire, per così dire, le finestre del Cremlino, non può essere liquidata come mera propaganda “putiniana” occidentale, dal momento che tale dinamica viene candidamente confermata dallo stesso vertice dell’Alleanza.

Ma il quadro si arricchisce di ulteriori elementi. Il Club Bilderberg, fondato nel 1954 da David Rockefeller – esponente di una delle famiglie più ricche e influenti del pianeta – riunisce periodicamente, in contesti rigorosamente riservati, un’élite composta da capi di Stato e di governo, ministri, commissari europei, vertici del giornalismo globale, amministratori delegati delle maggiori multinazionali, dirigenti delle principali istituzioni finanziarie mondiali, accademici, economisti e alti gradi militari. Le riunioni si svolgono a porte chiuse e off the record, in ambienti nei quali non è consentita alcuna registrazione né trascrizione ufficiale delle conversazioni.

In tali consessi, i soggetti più ricchi del pianeta incontrano figure pubbliche ben note all’opinione pubblica: coloro che dovrebbero rappresentare i cittadini (i politici), informarli (i direttori dei media), difenderli (i vertici militari) e finanziarli – o indebitare, a seconda dei punti di vista – attraverso istituzioni come la FED e la BCE, le quali immettono moneta a costo pressoché nullo per l’emittente ma gravano le popolazioni con il peso crescente del debito pubblico.

L’aspetto forse più singolare, e potenzialmente più inquietante, è che tali partecipazioni avvengono a titolo personale e informale, non in rappresentanza delle cariche ufficialmente ricoperte. Da ciò discende l’obbligo del segreto assoluto: qualora incalzati da domande dirette, gli invitati sono tenuti a non rivelare contenuti, nomi o dinamiche delle discussioni, quando non a minimizzare o eludere la propria stessa presenza.

È in questi contesti che, secondo molti osservatori critici, si delinea il futuro assetto del mondo: il modello di società da implementare e il sistema di valori cui essa dovrebbe ispirarsi. Eppure, di tali riunioni non si legge sui principali quotidiani, né trovano spazio nei programmi di approfondimento televisivo; anzi, per larga parte dell’opinione pubblica l’esistenza stessa del Bilderberg resta ignota.

Che i più potenti gruppi finanziari e industriali del pianeta si incontrino sistematicamente in ambienti impermeabili a qualsiasi forma di controllo pubblico costituirebbe, di per sé, una notizia meritevole di allarme sociale, qualora fosse trattata come tale.

Ulteriore elemento degno di nota – anch’esso accolto con notevole discrezione mediatica – è la nomina di Stoltenberg a un ruolo apicale all’interno del Club, circostanza che contribuisce a illuminare le persistenti difficoltà nel raggiungimento di un accordo di pace sul fronte ucraino-russo. L’attuale vertice NATO, infatti, risulta essere ospite abituale delle riunioni Bilderberg ed è altresì figura di riferimento del gruppo dei cosiddetti volenterosi, ossia quei Paesi europei che sostengono la prosecuzione del conflitto e che, con solerzia quasi rituale, si affrettano a intervenire presso Washington ogni qualvolta emergano tentativi di apertura diplomatica.

In tale contesto si colloca anche la figura di Mark Rutte, la cui presenza al Bilderberg risulta documentata in più occasioni: al meeting del 2019 a Montreux, in Svizzera82, nella lista ufficiale dei partecipanti del 2024 a Madrid83 e nel più recente incontro del 2025 a Stoccolma84.

A queste presenze ufficiali si aggiungono segnalazioni di partecipazioni precedenti (2012, 2013, 2015-2017), riportate da osservatori indipendenti, sebbene non sempre corroborate da elenchi ufficiali85. Da quanto esposto potrebbe conseguire l’ipotesi – tutt’altro che peregrina – che la NATO risulti oggi più sensibile agli orientamenti della grande finanza globale che non a quelli del suo principale azionista politico, vale a dire gli Stati Uniti. In tale prospettiva, il nuovo corso americano apparirebbe in attrito con quel globalismo unilaterale che aveva caratterizzato le amministrazioni Obama e Biden, tradizionalmente più allineate ai desiderata dell’universo Bilderberg.

Sotto questa luce si comprende meglio anche il parziale smarcamento di Trump dalla NATO, attuato mediante la riconfigurazione del ruolo statunitense come intermediario nella compravendita e fornitura di armamenti all’Ucraina. L’atteggiamento marcatamente bellicista dell’Alleanza sembrerebbe così riflettere, almeno in parte, l’influenza del Bilderberg, mentre la posizione dissenziente di Paesi come Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca appare fondata sull’opposizione a politiche globaliste e sul recupero della centralità dell’interesse nazionale rispetto a quello della grande finanza, la quale – non senza una certa ironia sistemica – si colloca al di sopra del Bilderberg, che a sua volta opera dietro le quinte della NATO.

In modo coerente, il crescente consenso popolare per forze politiche nazionaliste in Europa e oltre può essere letto come una reazione a programmi percepiti sempre più distanti e mal digeriti dalle popolazioni, segnando forse il lento ma inesorabile declino di un paradigma globalista che per decenni si è presentato come indiscutibile.

Anche il nuovo ruolo di Thierry Breton conferma questo posizionamento contrapposto. Dopo aver lasciato il suo incarico come commissario europeo per il Mercato interno nel settembre 2024, Breton ha assunto una posizione nel consiglio consultivo globale della Bank of America, una delle banche più grandi del pianeta. Quando era nella commissione europea, Durante un’intervista con media francesi (ad esempio su RMC/BFMTV), Breton aveva lasciato intendere che l’Unione europea avrebbe avuto un ruolo nel procedimento che ha portato all’annullamento delle elezioni presidenziali rumene del 2024, sostenendo che si era trattato di applicare norme contro interferenze straniere nel processo elettorale. Nella stessa intervista ha anche detto qualcosa del tipo:

Abbiamo fatto così in Romania, e ovviamente dovremo farlo anche in Germania, se necessario” riferendosi teoricamente alla possibilità che autorità intervengano per far rispettare le regole nel caso di elezioni in cui, secondo lui, risultino minacciate da interferenze esterne86.

Quest’uomo amabilmente e autenticamente democratico, a meno che non si tratti di opinioni opposte alle sue e alla commissione europea, ora siede nel Global Advisory Council di Bank of America. La commissione europea se sospetta interferenze esterne in un Paese (che non siano americane o europee) interferisce per spingere quel Paese a correggere la direzione intrapresa, e addirittura annuncia di farlo prima ancora che esse si verifichino.

Si dirà: l’unione europea agisce a volte in questo modo per una giusta causa: ovvero la deterrenza contro le derive autoritarie, liberticide, illiberali… per non dire corrotte.

L’Ucraina ultimamente è investita da una bufera che non sembra estinguersi sulla corruzione ai massimi livelli, ministri dell’attuale governo che si dimettono in tutta fretta per le scoperte dei servizi segreti anticorruzione Nabu finanziato dagli USA già all’epoca di Biden.

Ma se Kiev piange, Bruxelles non ride.

L’ultima fatica editoriale di un lobbista pentito, ora passato dalla parte della difesa dei diritti umani, Frédéric Baldan, dal titolo Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles cui rinviamo per una attenta lettura, rivela la struttura intrinsecamente corrotta dell’unione europea.

Secondo le rivelazioni di questo competente ed esperto attore commerciale per conto di grandi soggetti privati, in unione europea le lobby scrivono le norme che poi regolano i loro stessi settori, che implicano accesso privilegiato ai decisori politici ed esclusione sistematica dei cittadini. La corruzione è strutturale e il presidente Von der Leyen viene descritto come: figura non eletta con poteri eccezionali, scarsamente controllabile per via di un accentramento del potere nella Commissione e progressivo indebolimento del Parlamento europeo dalla gestione della psicopandemia del 2020. Si denuncia in quelle pagine la mancanza di accountability politica , la crisi COVID è stata il pretesto per la sospensione delle regole che, sfruttando l’urgenza, sono state aggirate per permettere corruzione a tutti i livelli. Ciò si è tradotto in contratti senza gare pubbliche, segreto commerciale usato come scudo penale, decisioni prese da pochi individui che hanno generato lo Pfizergate. Vi sono stati scambi di SMS tra Ursula von der Leyen e Albert Bourla (CEO Pfizer) che hanno prodotto oltre a fenomeni corruttivi milionari, negoziati miliardari senza tracciabilità formale, e di fronte alle autorità giudiziarie il rifiuto di rendere pubblici gli SMS avrebbe dovuto creare scandalo tra i media, se fossero stati liberi e indipendenti da certi marco-interessi.

Sono state violate tutte le norme sulla trasparenza UE, per favorire contratti sbilanciati a favore delle multinazionali, secretati e ricolmi di omissis, con clausole di immunità per le case farmaceutiche, scarico delle responsabilità sugli Stati e profitti garantiti alle aziende (privatizzazione dei ricavi e socializzazione dei costi/danni). Non è tutto: si è preventivamente garantita la inammissibilità di alcuna sanzione per inefficacia o effetti avversi in una condizione generale in cui Baldan parla di operazione altamente contraria al rispetto dei diritti umani.

Sarebbero dunque questi i valori che l’Occidente pretende di universalizzare – e nel cui nome si invocano sanzioni, guerre per procura, sacrifici economici e pedagogie geopolitiche. Valori che dovrebbero legittimare una crociata morale contro la Russia, colpevole non soltanto di aver violato la sovranità ucraina, ma anche di aver infranto il dogma dell’infallibilità occidentale.

Eppure, mentre Mosca viene dipinta come il regno dell’arbitrio e della corruzione, Bruxelles appare sempre più simile a una corte opaca, nella quale il potere si addensa lontano dallo sguardo dei popoli, protetto da tecnicismi, procedure emergenziali e complicità reciproche. La guerra, allora, smette di presentarsi come scontro tra libertà e tirannide, e assume i contorni assai meno nobili di un conflitto fra sistemi di potere concorrenti, ciascuno intento a mascherare le proprie zone d’ombra dietro il linguaggio della virtù.

Forse è proprio questo il tratto più inquietante del nostro tempo: non l’esistenza della propaganda – antica quanto la politica – ma il fatto che l’Occidente continui a proclamarsi custode universale della trasparenza e dei diritti mentre tollera, al proprio interno, meccanismi che sembrano negare quei medesimi princìpi. Così la vittoria annunciata contro la Russia resta eternamente imminente, evocata come una redenzione storica che deve ancora compiersi, mentre l’Europa, consumata da contraddizioni sempre più manifeste, pare smarrire lentamente non soltanto la propria autonomia politica, ma persino la credibilità morale con cui pretende di giudicare il resto del mondo.

Conclusioni

Abbiamo raccolto sin qui una costellazione di indizi, fatti, dichiarazioni e contraddizioni che impongono – quantomeno a chi non abbia definitivamente abdicato all’esercizio del dubbio – una radicale riconsiderazione del quadro geopolitico contemporaneo e delle narrazioni che l’Occidente presenta come dogmi autoevidenti.

L’Unione Europea, pur sorgendo sul suolo che diede i natali all’idea classica di δημοκρατία (demokratia), appare sempre più simile ad una tecnocrazia post-politica: una costruzione burocratica che conserva i simulacri della rappresentanza, svuotandone progressivamente la sostanza, subordinata a interessi finanziari e industriali che trascendono la volontà dei popoli europei e, sovente, la contraddicono apertamente. Come avrebbe scritto Carl Schmitt, sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione: e negli ultimi anni l’eccezione è divenuta la regola permanente del governo europeo.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano attraversare quella fase che Tucidide87 avrebbe riconosciuto come il momento più pericoloso di ogni egemonia declinante: quando la paura del ridimensionamento genera aggressività sistemica e la conservazione del dominio viene perseguita attraverso guerre commerciali, conflitti per procura, sanzioni extraterritoriali e imposizioni strategiche agli alleati stessi. L’impero, come spesso accade nella storia, continua a parlare il linguaggio universalistico della libertà mentre difende interessi sempre più particolari. Roma chiamava pax la propria egemonia; Washington continua a chiamare ordine internazionale ciò che sempre più popoli percepiscono come coercizione.

In tale contesto, i leader che non si conformano a questo assetto – Putin e Lukashenko fra gli altri – vengono automaticamente trasfigurati nella caricatura del tiranno orientale, responsabile persino delle crisi che l’Occidente contribuisce esso stesso a produrre. Non vi è più distinzione tra analisi e demonizzazione: chi resiste all’ordine atlantico viene escluso dal consesso morale prima ancora che politico. È il vecchio meccanismo del capro espiatorio rivestito di lessico liberal-democratico.

L’amministrazione Biden prima, e quella successiva mutatis mutandis, hanno proseguito lungo una traiettoria fondata non sulla forza del diritto, ma sul diritto della forza: escalation militare, polarizzazione globale, utilizzo strumentale dei diritti umani, destabilizzazioni regionali e pressione economica permanente. Una politica estera che ricorda sempre più l’ultima stagione delle grandi potenze crepuscolari: molto armamento, molta retorica morale, sempre meno capacità egemonica reale. Il caso venezuelano può forse essere letto come un successo tattico; l’Iran, al contrario, mostra i limiti di un unilateralismo che incontra ormai resistenze crescenti in un mondo sempre meno disposto a obbedire.

Per l’Italia, allora, la questione diventa esistenziale prima ancora che diplomatica. Un governo che si proclama sovranista e difensore dell’interesse nazionale dovrebbe avere il coraggio di perseguire una politica estera realmente autonoma, fondata sulla costruzione di ponti e non di frontiere ideologiche. Riprendere il dialogo con il mondo russo – magari passando attraverso la Bielorussia, storicamente crocevia fra Oriente e Occidente – non significherebbe abiurare l’Europa, bensì tentare di salvarla dalla propria deriva autodistruttiva. L’alleanza atlantica, del resto, non fu concepita come un vincolo di servitù perpetua né come una cessione irreversibile della sovranità nazionale.

Forse siamo giunti al punto in cui l’Europa deve scegliere se continuare a essere soltanto un’espressione geografica, nel senso amaro evocato da Metternich per l’Italia ottocentesca, oppure ritrovare finalmente una propria volontà storica. Perché nessuna civiltà decade esclusivamente per la forza dei suoi avversari: prima ancora si spegne interiormente, quando smarrisce il coraggio di distinguere l’interesse altrui dal proprio destino.

Resta dunque un auspicio – forse l’ultimo – che qualcuno, nei palazzi del potere europeo e nazionale, comprenda la gravità dell’epoca presente. Se non per lungimiranza, almeno per quel residuo senso di responsabilità che ogni generazione dovrebbe nutrire verso coloro che verranno dopo di essa. Poiché le civiltà non muoiono soltanto sotto le bombe: più spesso si dissolvono lentamente, nell’incapacità delle loro classi dirigenti di riconoscere il tempo della misura, del limite e della realtà.

Di Massimiliano Bonavoglia

27.05.2026

Massimiliano Bonavoglia, docente filosofia e presidente ALAB (associazione amicizia Lombardia Bielorussia).

NOTE

11 Questa espressione potrebbe suonare eccessiva, ma si pensi anche solo al caso di Anis Amri, arrivato in Italia nel 2011, sbarcato a Lampedusa e pochi mesi dopo, in Sicilia fu arrestato e poi condannato per incendio e aggressione in un centro di accoglienza per minori a Belpasso nei pressi di Catania, quindi si trasferì in Germania dove fu autore dalla strage dei mercatini di Berlino, per poi essere stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia italiana a Sesto San Giovanni (https://www.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-3ed74706-ae28-4332-a242-f5b23d69439b.html).

43 https://www.reuters.com/world/asia-pacific/new-tata-plant-starts-iphone-production-foxconn-close-behind-apple-looks-india-2025-04-29

46 https://www.corriere.it/politica/25_agosto_22/discorso-mario-draghi-meeting-rimini-2025-7cc4ad01-43e3-46ea-b486-9ac1be2b9xlk.shtml

52 https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3316875/china-tells-eu-it-cannot-afford-russian-loss-ukraine-war-sources-say

53 https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0228

55 “If you can’t beat them, join them”.

56 l’Italia era nella Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, ma rimase neutrale nel 1914 e poi passò con l’Intesa (Regno Unito, Francia, Russia) entrando in guerra il 24 maggio 1915 dopo il Patto di Londra (aprile 1915). Durante la Seconda guerra mondiale (1939-1945) lo stivale entrò in guerra a fianco dell’Asse (Germania) il 10 giugno 1940. Dopo l’armistizio di Cassibile (firmato 3 settembre, annunciato 8 settembre 1943) il Regno d’Italia passò a diventare co-belligerante con gli Alleati.

68 Leggiamo nel prezioso articolo sopra citato: “Si badi, fra l’altro, che i Trattati europei attribuiscono sulla carta poteri “ubiquitari” all’Alto rappresentante: oltre a porsi alla guida della Politica estera e di sicurezza comune dell’UE (PESC), nel cui ambito assume il ruolo di vertice dell’Agenzia europea per la difesa, l’Alto rappresentante è vicepresidente di diritto della Commissione, partecipa ai lavori del Consiglio europeo (di cui è “mandatario” per la PESC) ed è anche presidente del Consiglio “Affari esteri” (unico caso in cui tale presidenza non spetti a uno dei ministri nazionali, secondo la “rotazione paritaria” semestrale). L’Alto rappresentante è nominato separatamente dal Consiglio europeo, sia pure con l’accordo della Presidente della Commissione, e l’eventuale mozione di censura del Parlamento europeo a tutta la Commissione non ne determina l’automatica cessazione dalla carica, per la quale è richiesta, diversamente da tutti gli altri Commissari, l’espressa decisione del Consiglio europeo (art. 18 TUE)”, ibidem. Cfr. https://www.lacostituzione.info/index.php/2025/12/06/il-sonno-della-politica-genera-le-kaja-kallas/

69 https://askanews.it/2025/12/11/rutte-nato-dobbiamo-essere-pronti-alla-guerra-come-quella-dei-nostri-nonni

75 “Never write an advertisement which you wouldn’t want your own family to read. You are talking to millions of people; talk to them in simple terms.” Questa idea è spesso riassunta, nella letteratura secondari in: “write for an eleven-year-old” Ogilvy, David Ogilvy on Advertising New York, Crown Publishers, 1983.

76 Postman, Neil Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business New York, Viking Penguin, 1985.

77 “The problem is not that television presents us with entertaining subject matter but that all subject matter is presented as entertaining.”

82 https://www.agi.it/politica/news/2019-05-29/gruppo_bilderberg-5560486

84 https://www.reuters.com/world/bilderberg-group-meets-sweden-amid-us-europe-tensions-2025-06-12

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