Paura, delirio e gioia al Montelago Celtic Festival

La tenda Tolkien al Montelago Celtic Festival

di Wu Ming 4

E così, con un mezzosecolo abbondante già all’attivo, capita che ti ritrovi in giro per il festival celtico più grande d’Italia, sul confine tra Umbria e Marche, in un fine settimana dell’estate più torrida da quando si misurano le temperature. Ti aggiri in mezzo a frotte di nerboruti celtoidi a torso nudo con il kilt d’ordinanza, beltà elficheggianti con e senza orecchie posticce, vichinghi impellicciati e asciamuniti, fricchettone iperboree, e hobbit oversized. Un’umanità scanzonata e appariscente, quasi tutta più giovane di te (ci sarà un motivo…). 

Tutto intorno, una distesa di stand gastronomici, bancarelle che vendono di tutto (incluse asce bipenni), musica, concerti programmati e improvvisati, immancabili arcieri e falconieri e tavolate di incalliti giocatori di ruolo sotto i tendoni. A colpo d’occhio, cioè di drone, che ronza imperterrito sopra le teste, la tendopoli s’allarga sull’altopiano coronato dalle montagne, sotto un cielo perennemente incerto, attraversato da mandrie di nuvole, che a volte scaricano bombe d’acqua a volte minacciano soltanto. Il cibo la fa da padrone, anche se non ha molto di celtico, a dire il vero, e ha invece molto di centroitalico. Chissà se ai Galli sarebbero piaciuti gli strozzapreti al cinghiale e gli arrosticini? Probabilmente sì. Di sicuro avrebbero apprezzato la birra a barilate. 

Dieci, forse quindicimila persone alla volta calcano questo pratone. «E mai una rissa?», domandi a uno degli organizzatori storici. «Macché», dice lui. Tutti questi corpi, feromone, testosterone, birra e idromele… e sempre tutto liscio? Niente di ché in vent’anni, a quanto pare. Con quel po’ di esperienza da ex-buttafuori da balera che ti ritrovi pensi che devono aver creato una bella atmosfera comunitaria e un bel clima di responsabilità collettiva, che è sempre il modo migliore di prevenire ogni casino che gli umani possono combinare tra loro. 

Loredana Lipperini al Montelago Celtic FestivalMa che ci fai lì? Eh, già, non sei venuto solo a respirare quest’aria festosa e i fumi della grigliata. L’indomani dovresti fare un intervento su Tolkien. In effetti l’accoglienza è calorosa, manco fossi Thorin che arriva a Città del Lago, anziché il Cinese Numero Quattro a Montelago. Qualcuno ti dice che l’attesa dura da anni, che alla buon’ora hai messo piede al festival, che finalmente ti ascolterà parlare e mette perfino le dita a cuore. E tu pensi, ok, grazie, lusingatissimo, ma anche meno e offritemi una birra… E come ti avesse letto nel pensiero, il solerte e simpatico organizzatore della Tenda Tolkien ti munisce di buoni birra e buoni pasto, per te e la tua piccola banda. Sì, perché non sei mica arrivato lì da solo. Con te ci sono tre compagni d’avventura: la consorte Numero Uno, l’erede Numero Due e, aggregato all’ultimo momento, il Consigliere Numero Cinque dell’Aist (mentre tu anche in associazione ti sei autoassegnato il numero Quattro, per affezione e scaramanzia). Tutti neofiti del festival, tutti curiosi di vedere la grande adunanza celtica, questo calderone ribollente gioia, sudore, effluvi d’arrosticini e di erba piparina, nonché musica, cinema e dibattiti culturali. Questi ultimi moderati dalla Dama Galadriel del Festival, l’inossidabile Lady Lippa di bianco vestita, che saluti con baci e abbracci.

Alla Tenda Tolkien, dove si alternano i dibattiti e le presentazioni e dove il pubblico non manca mai, incontri anche un paio di soci di vecchia data, intenti a vendere libri, e almeno un socio più recente, e così pare che il contingente Aist sia abbastanza nutrito e rappresentativo. C’è pure l’ex-socio ed ex-presidente che non vedevi né sentivi dai Giorni del Grande Trambusto (così registrati negli Annali dell’Aist), e che sotto la Tenda Tolkien è di casa, in quanto traduttore degli scritti del Prof. Bene, l’incontro del giorno dopo si preannuncia sotto i migliori auspici. 

Così il pomeriggio seguente riecco la piccola compagnia affacciarsi al festival, felice che dopo i quaranta gradi del mattino adesso il cielo sia coperto di nuvole. Grosse nuvole nere che spuntano da dietro le montagne. Con due gocce di LSD ci vedresti cavalcare in mezzo le Valchirie, invece cadono solo poche gocce d’acqua prima che il sole si riprenda la scena. Insieme a Belenos spuntano anche un paio di amici maceratesi, e perfino il tuo socio di scrittura Numero Due, con la di lui consorte e Scotty, quadrupede espansivo di pelo rossiccio e con il nome azzeccato per il festival. 

Be’, ottima atmosfera, ottima compagnia, cosa potrebbe andare storto?

Per la legge di Murphy, e per quella degli dèi che puniscono la hybris, quello che può andare storto… deve andare storto. 

E così quando Lady Lippa ti presenta, tu cominci a parlare di Terra di Mezzo (con tanto di mappa gigante alle spalle), di cornici letterarie e punti di vista dominanti, di elfi e di orchi, senza battere ciglio, ché l’intervento è stato preparato, gli appunti stampati, il tema è caldo… Ecco, il caldo, forse in questi due giorni ne hai preso un po’ troppo e non ci hai fatto il dovuto caso. Inizi ad avvertire uno strano formicolio. Non sapresti localizzarlo, le formiche se ne vanno in giro per il corpo in assetto da combattimento. Poi la vista si appanna e fatichi a leggere gli appunti. Bevi dalla borraccia, ma la situazione non migliora. Ti rendi conto di stare sudando freddo da ogni poro della pelle. La maglietta con la scritta «Orcs Lives Matter» che indossi è bagnata fradicia. A quel punto meglio accasciarsi all’indietro sul palco che sbattere il grugno in avanti, ma non fai in tempo a stenderti che ti ritrovi attorniato di persone, bloccato in una posizione imbarazzante, per non dire equivoca: una ragazza ti tiene sollevata la gamba destra, un’altra la gamba sinistra, una terza incombe dall’alto e ti dice cosa devi fare: «Devi rimanere così mezz’ora» (mezz’ora con le gambe all’aria e voi sopra di me? Really?). A nulla serve il pollice alzato che mostri a tutti per dire che stai bene, che non hai perso i sensi, è stato un calo di pressione, niente di grave… Arriva l’ambulanza a sirene spiegate (oh, Cernunnos aiutami tu), la consorte deve firmare la liberatoria per mandarla via, ché tu là sopra non ci sali finché hai il fiato per dire che non ci sali (chissà dove ti porterebbero, e in quale posizione…), e poi qualcuno dice «sospendiamo l’incontro».

What? Per non terminare una conferenza dovresti essere morto. E per il momento pare che tu non lo sia. Quindi grazie a tutti i soccorritori e le soccorritrici, ai quali vorrai sempre un gran bene, ma vorresti riavere le tue gambe e la posizione eretta. «Sicuro? Non devi per forza, solo se te la senti…». Com’è scritto nella Battaglia di Maldon? Versi 312-313, quelli che ogni tolkieniano che si rispetti conosce:

L’animo deve esser più risoluto, il cuore più ardito, il coraggio maggiore, quanto minore si fa la nostra forza.

Quelli non erano celti, erano anglosassoni, comunque gente gagliardissima. Vuoi essere da meno in questo frangente?

Così riprendi da dove ti eri interrotto, e procedi talmente spedito che sembri stare meglio di prima, come se lo smalvino rifilatoti da Nodens – o da chissà quale altra divinità – per punire la tua superbia ti avesse messo il pepe al culo, per usare un tecnicismo. Arrivi a leggere i dialoghi tra gli orchi, soprattutto quello tra i tuoi due personaggi preferiti del Signore degli Anelli, Gorbag e Shagrat. Sì, perché a cinquantatré anni i tuoi preferiti non potranno mica più essere i soliti “buoni”, suvvia, quelli andavano bene quando eri sbarbo e mooooolto più superbo di oggi. Così mentre interpreti le battute dei due orchi ritrovi tutto l’amore per il testo letterario, alla faccia della pressione ballerina e degli dèi avversi, e anche tutto l’amore impossibile per loro, i dannati della Terra di Mezzo. E quando finalmente concludi, hai la netta sensazione che quello che ti viene riservato dalla Tenda Tolkien sia l’unico applauso mai davvero meritato della tua carriera. Per la dedizione alla causa.

Il grande falò del Montelago Celtic FestivalLa sera ceni con famigliari e amici, rasserenandoli di tanto in tanto su come stai, sdrammatizzando largamente l’accaduto, e provando pure a fissare alcuni punti educativi per il secondo erede circa la fallibilità e la professionalità. Dopo mangiato contempli il festival che ti scorre davanti, in quello stato di sdilinquimento noto come Sindrome Post-traumatica da Sfiga Superata. Fa freschetto, anche i celti più arditi e palestrati si sono rimessi la maglietta, e a breve andranno insieme a tutto il popolo di Montelago a ballare intorno al grande falò, davanti al palco dei concerti. Concerti che si protrarranno nell’ultima notte del festival, fino all’alba. 

L’atmosfera è ancora spensierata, rilassata e gioiosa. Peccato essere rimasti così poco. Pensi con ironia e scaramanzia che se si dovesse tornare in una prossima edizione, sarà difficile escogitare qualcosa di più eclatante per lasciare il segno. Comunque sia, peace, love… e lunga vita al Montelago Celtic Festival.

PS. Un grande ringraziamento a Luca Pakarov e a tutte le soccorritrici e i soccorritori per le premure. Love.

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