[Da qualche tempo ci poniamo il problema di come conservare e mettere a disposizione di chi fa ricerca i materiali che ci portiamo dietro da decenni, trasloco dopo trasloco. Per questo abbiamo avviato una campagna di donazioni differenziate a vari archivi e biblioteche.
L’anno scorso abbiamo donato all’Archiginnasio di Bologna un cospicuo numero di libri, in tutto cinquantuno. Si tratta di opere di Wu Ming o a cura di Wu Ming, edite in italiano e in altre quattordici lingue nell’arco di quasi venticinque anni. Principalmente romanzi, ma anche raccolte di racconti, saggi e altro.
Nella primavera 2026 Wu Ming 1 – in avanscoperta per conto del collettivo – ha donato il suo personale archivio Luther Blissett al Mart (Museo d’arte moderna e contemporanea) di Rovereto, per la precisione all’Archivio del ‘900, che da tempo ha esteso il proprio interesse dalle avanguardie storiche alle controculture della seconda metà del secolo e oltre.
A partire da quest’ultima acquisizione l’archivista del Mart e, diremmo, blissettologo Duccio Dogheria, che qui su Giap è di casa, ci offre una panoramica di quel che si può trovare in quelle stanze (e in rete). Buona lettura.]
di Duccio Dogheria*
C’è una scena che si ripete, più o meno identica, ogni volta che approda un nuovo fondo qui nel centro di ricerca del Mart. Si aprono febbrilmente i contenitori, con la gioia di un bambino nel negozio di caramelle, si tira fuori il primo fascicolo, e per qualche minuto smetti di essere un archivista e torni semplicemente un lettore-esploratore fortunato. La memoria di documenti, opere ed edizioni viste mesi prima nel corso di sopralluoghi in giro per l’Italia riemerge con nuovi dettagli, con nuove emozioni. È successo qualche mese fa anche con l’archivio di Luther Blissett, approdato all’Archivio del ‘900, il centro di ricerca del Mart di Trento e Rovereto.
Una precisazione, prima di tutto: non è l’archivio di Luther Blissett, ma (almeno per ora) di un Luther Blissett, quello che oggi si chiama Wu Ming 1. Tant’è che il fondo è ufficialmente registrato come «Fondo Luther Blissett – Wu Ming 1». E per gli amanti della psicogeografia, un’altra precisazione: l’archivio è finito a mezzo metro da quello di un’altra anima di Blissett, Piermario Ciani, grafico, fotografo, networker, “creatore di situazioni”. Difficile immaginare vicini di scaffale più adatti.
Quattro faldoni e mezzo metro lineare di pubblicazioni: dimensioni modeste, se vogliamo, ma che rispecchiano bene i cinque anni “ufficiali” di vita del Luther Blissett Project.
Partiamo dalle pubblicazioni, che comprendono alcune rarità bibliografiche che fanno venire la pelle d’oca a chiunque abbia amato gli anni recentemente descritti in Novanta da Valerio Mattioli: Luther Blissett. L’impossibilità di possedere la creatura una e multipla di Gilberto Centi (Synergon, 1995); la rivista di ufologia radicale M.I.R.; le autoproduzioni inglesi di Luther Blissett e Stewart Home; edizioni straniere di Q, tra cui una in lingua basca.
E poi, ricchissima, la documentazione d’archivio, anch’essa densa di varie effimere pubblicazioni. Ad aprire la cronologia, un fascicolo dedicato ai prodromi del progetto: dalla fanzine River Phoenix a La merenda uruguagia, trasmissione di Radio K Centrale diventata nel 1994 anche numero unico, fino al collettivo Transmaniacon, di cui restano una decina di collage originali poi trasformati in volantini. Materiali ancora tutti da studiare, di quelli che ti tengono sveglio la notte a fare ipotesi.
Il grosso del fondo, però, è organizzato in fascicoli tematici che ricostruiscono, pezzo dopo pezzo, l’epopea bolognese:
■ il Teatro Situazionautico Luther Blissett, con gli articoli di ZIC-Zero in condotta tra il 1995 e il 1997;
■ il fascicolo sul caso Bambini di Satana di Marco Dimitri;
■ quello dell’Associazione Psicogeografica di Bologna, che conserva anche i materiali del «Rito di Bealteinne e celebrazione della fondazione degli Illuminati di Baviera, 1776-1995», tenuto il 1° maggio 1995 sotto le torri di Kenzo Tange.
■ E poi, naturalmente, le beffe: la cartella Pranks! Beffe mediatiche varie racconta da vicino quella a Chi l’ha visto?, quella alla Mondadori, il finto Hakim Bey pubblicato da Castelvecchi, il sito taroccato del Vaticano firmato dagli allora Luther Blissett Eva e Franco Mattes…
■ Un fascicolo a parte registra invece l’eco sulla stampa del Luther Blissett Project, da L’Espresso a Repubblica, da Der Spiegel a The Times: la prova che il Nome Multiplo, per qualche anno, aveva davvero bucato lo schermo dei media, infrangendolo.
Mancano alcuni “grandi classici”, va detto, che speriamo prima o poi di recuperare: non ci sono i fascicoli di Luther Blissett. Rivista mondiale di guerra psichica, né i Quaderni rossi di Luther Blissett pubblicati da Grafton 9. Ma restano gli scritti a firma Blissett Guy Debord è morto davvero in tre lingue, i pamphlet quasi introvabili Luther Blissett è stato qui e Lettera sulla Guerra Psichica e un fascicolo che vale da solo un piccolo archivio nell’archivio:
■ la documentazione sulla controcultura inglese degli anni Novanta, tra Stewart Home, la Neoist Alliance, la London Psychogeographical Association e l’Association of Autonomous Astronauts, con bollettini come Re:Action o Escape from Gravity.
Chiude la cronologia, non a caso, un fascicolo dedicato al romanzo che di quella stagione è stato l’ultimo, fortunatissimo colpo di coda: Q (Einaudi, 1999), che ha aperto poi la strada al collettivo Wu Ming.
Going underground… preferably in Europe
Se racconto tutto questo con dovizia di dettagli è perché l’archivio Blissett-Wu Ming 1 non è arrivato da solo, ma si inserisce in un lavoro che portiamo avanti da alcuni anni e che, numeri alla mano, inizia ad avere una sua fisionomia: una dozzina di fondi d’archivio, ciascuno con una storia diversa, che, insieme, provano a raccontare alcune delle pratiche e delle estetiche dell’underground italiano dagli anni Sessanta a oggi.
Qualcuno chiederà perché proprio qui, in un museo conosciuto soprattutto per i futuristi. La risposta, in fondo, l’aveva già data Marcel Duchamp nel 1961, in una conferenza al Philadelphia Museum College of Art:
«The great artist of tomorrow will go underground».
E chi ha studiato i futuristi e in generale le avanguardie storiche sa bene quanto quella tradizione, oggi osannata dal mercato, fosse a suo tempo tutt’altro che rispettabile. I riferimenti tra futurismo e controcultura non sono nostre fantasie: li avevano già tracciati studiosi del calibro di Umberto Eco, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris. E se negli Stati Uniti da anni istituzioni come la Beinecke Library di Yale acquisiscono archivi della controcultura europea – comprese figure come Gianni Emilio Simonetti o Pablo Echaurren – ci pareva doveroso che anche qui, in Italia, qualcuno iniziasse a farlo con la stessa cura, e possibilmente senza far finire tutto oltreoceano.
Una dozzina di archivi, una dozzina di storie
Alcuni pezzi del mosaico erano arrivati già da tempo. Nel 1998, ad esempio, con l’Archivio di Nuova Scrittura: diciottomila volumi, seicento periodici, e in mezzo veri tesori underground come i bollettini dell’Internazionale situazionista, i numeri di Pianeta fresco firmati Pivano-Sottsass-Ginsberg, le riviste del ’77 a partire da A/traverso, fino a Decoder e DeriveApprodi. Nel 2013 è arrivata una donazione da parte di Pablo Echaurren, con anche diverse opere legate agli Indiani metropolitani romani e alle copertine per le collane Savelli «Il pane e le rose», «La chitarra, il pianoforte e il potere», oltre a un manoscritto pieno di disegni legato al foglio Oask?!. Nel 2017 è stata la volta di Giancarlo Pavanello, con la sua assembling press controculturale Bricolage e diverse audiocassette con anche alcune interviste “movimentiste”, da Andrea Valcarenghi su Re nudo a Bifo su A/traverso, voci che altrimenti si sarebbero perse.
Poi, nel 2023, l’archivio che ha davvero cambiato le carte in tavola: quello di Piermario Ciani. È lì che il centro di ricerca si è aperto sul serio al mondo delle fanzine, del networking, dell’uso creativo di sticker, fax e fotocopiatrici, alle estetiche punk e new wave documentate da centinaia di fotografie e xerografie dei primi anni Ottanta.
Sempre nel 2023 è arrivata la donazione di Guido Andrea Pautasso, con altre edizioni illustrate da Echaurren e numerose fanzine comprate al tempo alla Calusca di Primo Moroni – dall’hardcore di Teste vuote ossa rotte al dark di Amen. Nella primavera del 2025, la prima grande donazione “local”: quella di Miguel Piccolrovazzi, un carico di fanzine, volantini, manifesti di centri sociali e un gruppo di VHS della Nautilus di Torino, già digitalizzate prima che i nastri si rovinassero per sempre.
È da questo patrimonio di fanzine, insieme alle ricerche che ne sono seguite, che è nata la mostra Fanzine! L’incanto ruvido dell’editoria DIY (Mart, foyer dell’Archivio del ‘900, dal 1° novembre 2025 al 12 aprile 2026), a corredo della quale si è tenuto anche un incontro con Marco Philophat. E come spesso succede, una mostra crea fermento: sono arrivate in breve tempo le donazioni di alcuni storici produttori di zine – Daniele Ciullini (The Oxidized Look), Gianni Romizi (Adenoidi e Masquerade), Daniela Giombini (Tribal Cabaret), Vittorio Amodio (Urlo e Urlo Wave) e Alberto Rizzi (The Mouth).
A inizio 2026 è arrivato l’archivio di un’altra figura di culto, Gianluca Lerici, in arte Prof. Bad Trip: nome tutt’altro che nuovo al Mart, dopo i suoi collage distopici esposti nel 2022 alla mostra Eretici. Arte e vita. Il suo archivio è quanto di più visivamente potente si possa immaginare: collage e tavole originali, cd e vinili bootleg con le sue grafiche, matrici per stampe al linoleum, spille, lampade e capi dipinti a mano, e curiosità come un prototipo di gioco da tavolo e un «teatrino robotico» attualmente esposto a Casa Depero. Quasi in contemporanea è arrivato un altro archivio “local”, quello di Cesare “Punkozzi” Assenzio: fanzine hardcore-punk, manifesti di concerti al Virus, al Leoncavallo, all’Helter Skelter, e una collezione di adesivi antagonisti che meriterebbe da sola un approfondimento.
Ultimo in ordine d’arrivo, per ora, l’archivio di Luciano “Fricchetti” Trevisan, che nel 1984 organizzò The Fanzine Show – probabilmente la prima mostra italiana dedicata interamente alle zine musicali. Nel suo archivio ci sono ancora tutti i dodici pannelli espositivi originali, ma soprattutto la corrispondenza con chi quelle fanzine le faceva davvero, da nord a sud: lettere che raccontano tirature, circolazione, e i ragazzi che stavano dietro ogni singolo foglio ciclostilato.
E in cantiere c’è già il prossimo arrivo, previsto a giorni: l’archivio di Marco Teatro, precursore della street art, tra le figure centrali della scena punk milanese (Virus, Cox18) e ideatore del festival HIU – Happening Internazionale Underground, dieci edizioni tra il 1993 e il 2003.
Una dozzina di archivi, dicevo, che non hanno nessuna pretesa di completezza: mancano ancora, per restare a Bologna, i documenti di luoghi come Isola nel Kantiere, TPO, Livello 57, e manca del tutto la scena dei rave party. Ma è un punto di partenza che ci sembra già abbastanza per iniziare a ragionare, con calma, sui centri, le pratiche, le estetiche e gli esiti editoriali dell’underground italiano.
È un lavoro che, pur dentro le mura di un’istituzione museale, cerchiamo di tenere il più orizzontale possibile: gran parte di questi materiali finisce online, gratuitamente, sulla digital library del Mart, che oggi conta circa 3500 documenti consultabili e in parte scaricabili – di cui 360 legati alla controcultura, comprese alcune edizioni del fondo Luther Blissett-Wu Ming 1, e più di trecento fanzine digitalizzate, con una sezione dedicata alla ricerca full text.
Per chi vuole scavare oltre quello che si trova online, la porta dell’Archivio del ’900 è aperta: basta scrivere a archives@mart.tn.it.
* Duccio Dogheria (1976) lavora all’Archivio del ‘900 del Mart dal 2009. È coautore, insieme a Silvano Zingoni, di Luther Blissett. Bibliografia di una guerra psichica (Strade Bianche, Stampa Alternativa, Viterbo 2021).



