Da oggi in libreria «Ritorno a Deià» di Wu Ming 4

In mezzo a tutto quello che sta succedendo, oggi arriva in libreria Ritorno a Deià di Wu Ming 4 (Einaudi Stile Libero, €18,50). È ambientato su una piccola isola mediterranea, in un villaggio di poche anime, dove piomba una coppia di poeti in fuga dal mondo e dalla storia. Ma la storia irrompe ovunque, comunque. Non esiste alcun buen retiro. Ritirarsi non è un’alternativa. La tempesta può solo essere affrontata con ogni mezzo necessario, fosse anche la forza della disperazione.
Ecco il secondo capitolo del romanzo in anteprima.
Buona lettura e buona fortuna, dovunque voi siate… in mezzo alla tempesta.

***

2. Jordi

Pilar diceva che Jordi era nato col dono del silenzio. E poteva ben dirlo visto che era stata lei a farlo nascere. La madre era morta dandolo alla luce, ché certe vite sono come scie di orme sulla sabbia, in attesa d’essere cancellate dalla risacca. Le uniche urla che si erano sentite quella notte erano state le sue, il bambino invece era uscito fuori senza un pianto né un lamento, con gli occhi neri spalancati sul mondo. Un mondo di grand’uomini che adoravano sentire il suono della propria voce, possibilmente amplificata dagli altoparlanti o dalla radio, oppure di omuncoli che cicalavano in continuazione, quasi che soltanto parlandone la loro vita acquistasse significato. In un mondo così Jordi avrebbe ascoltato.
«È nato in una notte di burrasca, quando il mare chiamava», diceva Pilar.
A crescerlo era stato un po’ tutto il paese, ma un tetto sulla testa e una branda glieli aveva dati padre Gonzalo, alla canonica. Jordi per lui faceva il chierichetto, spazzava la chiesa, vuotava la cassetta delle elemosine, piegava i paramenti. Quando aveva avuto qualche anno in più, era stato Gelat a prenderlo sotto la sua ala e a dargli da fare, curandosi di lui quasi come un padre.

Quel giorno – uno di quei giorni che sono un prisma e scompongono la luce delle esistenze che li attraversano – è ancora il mare a chiamarlo, ché quando il mare chiama pochi sanno resistere, fosse anche la chiamata della morte, e fin troppi non ritornano, naufraghi in chissà quale terra straniera, innamorati e prigionieri, o trattenuti dall’immensa quiete dell’abisso. Invece il ragazzo riemerge sulla superficie dell’acqua riprendendosi l’aria e la vita. Annaspa, muove le braccia, nuota fino alla spiaggia di sassi, incastrata sotto il dirupo. Si mette in piedi e rimane in equilibrio sui ciottoli, il mare a lambirgli le caviglie, nel tentativo di trattenerlo a sé, lontano dal bagliore del sole e dalla fatica della gravità. Lui prosegue, liberando i piedi dalla presa della risacca. Si siede su una roccia, le gocce salate che scendono dalle ciocche di capelli scuri. Tira su col naso e contempla la conchiglia che tiene in pugno. Col dito segue la scanalatura a spirale dai riflessi rosa e argento. Per un attimo gli sembra di udire ancora il richiamo del mare. Solleva lo sguardo e lo punta oltre l’insenatura. Nemmeno una barca all’orizzonte. Nessun segno d’umani. Il sole suggerisce che sono passate da poco le dodici. Un rumore di ghiaia smossa lo fa scattare in piedi. In fondo al sentiero, dove il torrente sfocia nella cala, c’è un cane nero. Non ha l’aria aggressiva, anche se è piuttosto imponente. Come l’uomo che lo segue – cappello di paglia a tesa larga, camicia di lino a righe, pantaloncini, borsa di vimini in spalla – e che saluta con un: – Buongiorno.
Il ragazzo risponde con un cenno del capo.
– Non avere paura di Salomon. È del tutto innocuo… se non sei una pecora o una capra. Manca poco che i pastori dei dintorni mettano una taglia sulla sua testa.
L’accento straniero è accattivante, le parole un po’ stentate, ma indice d’impegno. Il ragazzo sa chi è, lo chiamano «don Roberto» o «il Capitano». Sa che è stato un soldato. Un uomo che ha ucciso e visto uccidere. Eppure ha l’aria cortese, gli occhi ridenti e un naso importante, gibboso. L’osserva muoversi verso il centro della piccola spiaggia, seguito dal cane, e lasciare borsa, camicia e cappello sulle rocce – rimanendo in pantaloncini, con il ciuffo inalberato dalla brezza, dritto sulla testa come il pennone di una nave – e dirigersi verso l’acqua, fino a immergere i piedi pallidi nella scia delle onde. Si china a raccogliere qualcosa… un osso di seppia. Torna indietro ad appoggiarlo sopra la borsa.
– È perfetto per cancellare le macchie d’inchiostro dalle dita.
Va di nuovo verso l’acqua e solo allora Jordi nota la cicatrice bianchiccia sul petto. Il tocco indelebile della morte. L’altro se ne accorge.
– Facciamo a cambio? Questa… – si sfiora la cicatrice, poi indica la conchiglia, – … per quella.
Ride.
– Fai molta attenzione, – aggiunge. – Potrebbe esserci imprigionata l’anima di una sirena. Se appoggi l’orecchio senti il suo canto tentatore. Non vorrei doverti legare a un albero.
Il ragazzo accosta la conchiglia all’orecchio e coglie solo un vago fruscio.
– Niente? Buon per te, – dice, e avanza fino a immergere le ginocchia. Il cane rimane indietro, bagna appena le zampe.
– È davvero molto bella. Credo che lei l’apprezzerà.
Il ragazzo si irrigidisce, la faccia perplessa.
– Quanto sei andato sotto? Quattro metri? Di più? È una cosa che si fa per una donna. Non si sfida Poseidone per pura curiosità. Se non sei Ulisse.
Forse le parole non sono tutte giuste, forse Jordi non sa chi sia Ulisse, ma il senso lo coglie comunque.
L’altro si allunga nell’acqua e si mette a nuotare, mentre il cane abbaia un paio di volte, poi va ad accucciarsi all’ombra.
Il ragazzo rimane a guardare l’uomo che si spinge sempre più al largo, fuori dall’insenatura, finché non è che un’increspatura lontana. Infine si scuote, si riveste, infila i sandali e si inerpica su per il sentiero.

Il prete è sulla soglia della canonica, come se lo stesse aspettando. Dritto e segaligno, i lembi della veste impolverati.
– Dove sei stato?
Il ragazzo indica in direzione del mare.
– Hai incontrato qualcuno?
Il ragazzo alza il braccio dritto sopra la testa. Poi lo abbassa e con entrambi i palmi aperti mima la forma di un cappello.
– Il capitano inglese? Jordi, devi sapere che quella non è gente timorata di Dio.
Ogni volta, padre Gonzalo prova una pena profonda, avverte il senso del dovere, che per lui è proteggere le anime semplici come quella, una creatura nata sola al mondo e senza voce. Si ripete che il passo del gregge lo detta la pecora più lenta.
Intanto una figura bassa e nera spunta dal lato del cimitero.
– Buon pomeriggio, donna Pilar. La vostra devozione ai defunti vi fa onore.
Gli occhi arcigni, sotto le sopracciglia color pece, sono quelli della madre di Deià, di chi c’è sempre stata, da prima che cominciassero i ricordi dei viventi.
– Padre Gonzalo, buon pomeriggio. Curo il luogo che ci accoglierà tutti.
Il tono è freddo. Pilar e padre Gonzalo sono il giorno e la notte, opposti eppure necessari l’uno all’altra, perché da soli non potrebbero distinguersi.
L’anziana squadra il ragazzo.
– Qui sei. Ti cerca Gelat. Vai alla Fabbrica.
Una carezza ruvida del prete.
– Ritorna per i vespri.
Jordi si affretta in discesa, lo scrocchio dei passi che si perde nel cicalio del meriggio.
– Ha incontrato il capitano inglese giù alla cala.
– Prima o poi doveva succedere. Non è la novità peggiore.
Padre Gonzalo mormora un’invocazione al cielo.
Con lo sguardo Pilar segue il ragazzo che scende verso le case.
– È innamorato.
Il prete sospira.
– Ah, sì, dai tempi della scuola.

Via via che Jordi si avvicina, il ronzio vago diventa il russare di un grande animale, che sbuffa al cielo il suo fiato nerastro. Il ragazzo varca l’ingresso del capannone sgangherato e si ritrova a osservare il generatore che ringhia e vibra. Tre uomini sono piegati davanti al macchinario, le mani sulle ginocchia, come in attesa di un vaticinio sull’immediato futuro. Quando lo vedono, uno dei tre si raddrizza: Gelat. Testa tonda, faccia segnata e solare, capelli radi tirati all’indietro.
– Sembra un drago. Ma un drago non fa quello che gli dici. Questo invece sì. Tu gli dài da bere gasolio e lui fa la luce. Il problema è che il gasolio costa. Eh, sì, ragazzo mio. E qui a Deià la gente è troppo povera per permettersi di pagarlo. Sai invece cosa non costa nulla? La corrente del fiume. Quella ce la manda la montagna. Bisogna solo trovare abbastanza soldi per comprare una turbina. La installeremo al vecchio mulino, eh? E avremo tutta la luce elettrica che vogliamo.
Con una mano sulla spalla accompagna Jordi all’esterno. La porta richiusa dietro di loro attutisce appena il rumore.
L’uomo lo invita all’ascolto, con la testa inclinata.
– Senti? Un’onda non fa mai lo stesso rumore di un’altra. Il vento nelle frasche, l’acqua sulle rocce, il verso degli uccelli, le risate delle donne… non sono mai uguali. Questo rumore invece non cambia mai. Ascoltalo bene. È il suono del progresso.
La mano spazia sulle case del paese.
– Un giorno qui avremo tutto quello che c’è a Palma. Anzi, tutto quello che c’è a Barcellona e a Madrid.
Si incamminano per la strada.
– Ho delle commissioni per te. Vai a casa di Consuelo Aznar. Non passare dalla via, passa dal cortile, chiaro? Le dài questa busta. Poi devi andare a casa di don Bernardo Colom e dargli questo foglietto. A lui in persona, chiaro? Quando torni vai al carretto di Bayoz e ti compri un bel gelato.
Una moneta scivola nella tasca del ragazzo.
– Che cos’hai lì? Fa’ vedere. L’hai pescata tu? Bella. Cosa te ne fai? La vendi?
Jordi scuote la testa.
– Allora vuoi regalarla. Per avere cosa? Un bacio? Qualcosa devi desiderare. La vita è questo: scambio, vantaggio reciproco. Quando non c’è vantaggio reciproco allora c’è guerra. E se non vendi armi e non sei un generale, la guerra non è un buon affare. Solo lo scambio porta al progresso. Adesso muoviti, su. Quando hai fatto vieni a casa mia. Donna Medora vorrà sapere dove sei stato. Per questo mando te. Perché non puoi dirglielo. Le donne sono furbe, hanno una testa diversa, ragazzo mio, prima lo impari meglio è. Ma adesso non ho tempo di spiegartelo. Fila via.

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